Assegnazione di alloggi popolari (ATER Roma) – Riparto di Giurisdizione

Una recente sentenza del TAR Lazio-Roma si è preoccupata di tracciare i confini fra la giurisdizione del giudice ordinario e quella del giudice amministrativo all’interno del procedimento di assegnazione delle case popolari.

Si è osservato che all’interno della suddetta procedura va distinta una prima fase, di natura pubblicistica, caratterizzata dall’esercizio di poteri amministrativi finalizzati al perseguimento di interessi pubblici e, correlativamente, da posizioni di interesse legittimo dell’assegnatario, da quella successiva, di natura privatistica, nella quale, poiché la regolamentazione dei rapporti tra ente assegnante ed assegnatario ha una diretta rilevanza, la posizione soggettiva del privato assume la natura di diritto soggettivo.

Ne consegue che le controversie attinenti a pretesi vizi di legittimità dei provvedimenti emessi nella prima fase del rapporto appartengono alla giurisdizione del giudice amministrativo, mentre appartengono all’autorità giudiziaria ordinaria quelle sorte dopo l’assegnazione, nelle quali si contesti il potere dell’ente assegnante di pronunciare l’estinzione del già sorto diritto soggettivo dell’assegnatario alla proprietà dell’alloggio o del diritto a subentrare nella posizione del dante causa nel contratto di locazione.

Più esattamente in proposito la Corte regolatrice ha statuito che: “in tema di riparto di giurisdizione nelle controversie concernenti gli alloggi di edilizia economica e popolare, sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo quando si controverta dell’annullamento dell’assegnazione per vizi incidenti sulla fase del procedimento amministrativo, fase strumentale all’assegnazione medesima e caratterizzata dall’assenza di diritti soggettivi in capo all’aspirante al provvedimento, mentre sussiste la giurisdizione del giudice ordinario quando siano in discussione cause sopravvenute di estinzione o risoluzione del rapporto locatizio, sottratte al discrezionale apprezzamento dell’amministrazione“, per cui “spetta al giudice ordinario la controversia promossa dal familiare dell’assegnatario, deceduto, di alloggio di edilizia economica e popolare, al fine di far accertare il proprio diritto a succedere nel rapporto locatizio” atteso che in tale fase del rapporto sussistono unicamente diritti soggettivi.

Inoltre, in altre pronunce, la giurisprudenza, anche della Cassazione a Sezioni Unite, con analogo ragionamento, ha affermato che spetta al giudice ordinario la controversia promossa dal familiare dell’assegnatario, deceduto, di alloggio di edilizia economica e popolare, al fine di far accertare il proprio diritto a succedere nel rapporto locatizio, giacché la disciplina recata in relazione al subentro nell’assegnazione dall’art. 12 della l.r. Lazio n. 12 del 1999 non riserva all’Amministrazione alcuna discrezionalità al riguardo, configurando, pertanto, un diritto soggettivo.

La trasformazione dell’unità immobiliare: edilizia libera

Nell’ambito degli interventi di “edilizia minore” (cioè non afferente alla realizzazione ex novo di una unità immobiliare) sono compresi gli interventi edilizi che più frequentemente i privati pongono in essere, al fine di mantenere, migliorare o “rimettere a nuovo” la propria abitazione.

Conoscere il regime giuridico di tali interventi consente di non incorrere in responsabilità di ogni genere e di conservare o addirittura aumentare il valore economico della propria u.i..

Orbene, tranne che per ipotesi ben definite dalla normativa di riferimento (il d.p.r. 380/2001 – Testo unico dell’Edilizia), ogni intervento urbanisticamente rilevante deve essere eseguito solo previo rilascio del titolo edilizio. Talvolta accade, poi, che il titolo edilizio debba essere conseguito unitamente ad atti di assenso rilasciati da amministrazioni preposte alla tutela di interessi diversi dall’urbanistica (ad es.: il nulla osta relativo ai beni culturali, disciplinato dal d.lgs. 42/2004 – Codice dei beni culturali).

A tal riguardo, va ricordato che il d.lgs. n. 126/2016 ha dettato la disciplina generale applicabile alle attività private soggette alla sola segnalazione certificata di inizio attività (Scia), definendo le modalità di presentazione di segnalazioni alla pubblica amministrazione. Il d.lgs. n. 222/2016 ha individuato in un’apposita tabella le attività oggetto di comunicazione, di segnalazione certificata di inizio attività (Scia), di silenzio assenso e quelle per cui è necessario un provvedimento espresso. In essa sono ricomprese 105 tipologie di intervento proprie dell’edilizia, con l’indicazione del regime amministrativo (e del conseguente titolo edilizio) per ciascun intervento. Infine, il DM 2 marzo 2018 contiene il primo elenco non esaustivo (art. 1, comma 1) delle opere di edilizia libera.

La  tabella del DM 2 marzo 2018 individua  i principali  interventi di edilizi libera, che possono essere posti in essere, nel rispetto  delle  prescrizioni  degli   strumenti  urbanistici  comunali  e  delle  normative  di  settore (norme antisismiche,  norme di sicurezza,  antincendio,  igienico-sanitarie,  afferenti all’efficienza energetica,  di  tutela  dal  rischio  idrogeologico ed ovviamente poste a tutela dei beni culturali). La tabella riporta le categorie di intervento ed il relativo regime giuridico.

In conclusione, può dirsi che:

  • il TUE, art. 6, individua in via generale il regime giuridico degli interventi ascrivibili ad edilizia libera (ad es., l’art. 6 del TUE prevede che rientrano nel novero dell’edilizia libera “gli interventi di manutenzione ordinaria di cui all’articolo 3, comma 1, lettera a)”, la quale norma dispone che “…si intendono per: a) “interventi di manutenzione ordinaria”, gli interventi edilizi che riguardano le opere di riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture degli edifici e quelle necessarie ad integrare o mantenere in efficienza gli impianti tecnologici esistenti;…”);
  • la tabella del DM 2 marzo 2018 specifica in modo dettagliato (anche se non esaustivo) singoli interventi realizzabili su determinati elementi architettonici (sempre ad esempio, l’installazione di inferriate o di sistemi antintrusione non è assoggettato ad alcun genere di permesso, perché, giustappunto, afferente all’edilizia libera).

Rapporto fra revoca e poteri del Commissario straordinario nella vicenda dell’annullamento degli atti di gara per il servizio di balneazione sulle spiagge libere del litorale di Roma Capitale

Una recente sentenza del Consiglio di Stato (n.2129/2019) ha statuito la legittimità dell’annullamento d’ufficio degli atti di procedura di gara per l’affidamento dei servizi connessi alla balneazione sulle spiagge libere del litorale di Roma Capitale.

La nota vicenda si inserisce nel contesto amministrativo del Municipio Roma X di Roma Capitale, i cui organi di governo sono stati sciolti per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso con d.P.R. del 27 agosto 2015, ai sensi degli artt. 143 e 146 del d.lgs. n. 267 del 2000.

Con lo stesso d.P.R. è stata nominata la Commissione straordinaria per la gestione della struttura territoriale per la durata di diciotto mesi; questa è stata prorogata per altri sei mesi con D.P.R. del 30 dicembre 2016.

L’Organo Straordinario ha quindi emanato l’atto di revoca oggetto di impugnazione.

Di assoluto interesse appare dal punto di vista dogmatico l’analisi condotta dai giudici intorno alle norme applicate ossia l’art. 145 TUEL e l’art. 21 nonies L. proc.

Infatti uno dei motivi di ricorso verteva proprio sulla illegittimità del provvedimento di revoca per il mancato rispetto del termine di 18 mesi decorrente dall’adozione del provvedimento attributivo di vantaggi economici.

Ebbene l’Avvocatura Capitolina aveva sostenuto – tesi fatta propria anche dalla sentenza di primo grado – la qualificazione del temine de quo come  mero indice ermeneutico ai fini dello scrutinio dell’osservanza, nel caso concreto, della regola del termine ragionevole, di modo che questo potrebbe essere derogato in situazioni eccezionali adeguatamente valutate dalla p.a..

Si tratta di un’impostazione che prende le mosse da una non condivisibile lettura di alcune decisioni che effettivamente hanno ravvisato nella novella del 2015 (anche) una funzione ermeneutica, ma soltanto riguardo a provvedimenti di annullamento d’ufficio cui la disposizione novellata non era applicabile ratione temporis .

Orbene, l’attuale versione dell’art. 21-nonies della legge n. 241 del 1990 ha conservato il limite previgente della ragionevolezza del termine, da valutare in considerazione delle peculiarità del caso concreto, in particolare quanto alla posizione del destinatario del provvedimento ed al suo ragionevole affidamento, ma ha riconfigurato il potere di autotutela secondo canoni di legalità più stringenti rispetto ai provvedimenti attributivi di utilità giuridiche od economiche, fissando altresì il detto termine massimo.

A tale interpretazione conduce sia la lettera del comma 1 (secondo cui trattasi di termine “comunque non superiore a diciotto mesi …”) sia dal contenuto del comma 2-bis (secondo il quale le eccezioni sono soltanto quelle ivi previste).

Si è quindi in presenza di un limite temporale assoluto, il cui superamento preclude definitivamente l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio dei provvedimenti di autorizzazione o di attribuzione di vantaggi economici, precludendo altresì qualsivoglia apprezzamento in merito alla ragionevolezza della relativa tempistica.

Ciò posto al caso di specie deve tuttavia applicarsi art. 145 (Gestione straordinaria), comma 4, del T.U.E.L., per il quale “Nei casi in cui lo scioglimento è disposto anche con riferimento a situazioni di infiltrazione o di condizionamento di tipo mafioso, connesse all’aggiudicazione di appalti di opere o di lavori pubblici o di pubbliche forniture, ovvero l’affidamento in concessione di servizi pubblici locali, la commissione straordinaria di cui al comma 1 dell’articolo 144 procede alle necessarie verifiche con i poteri del collegio degli ispettori di cui all’articolo 14 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203. A conclusione degli accertamenti, la commissione straordinaria adotta tutti i provvedimenti ritenuti necessari e può disporre d’autorità la revoca delle deliberazioni già adottate, in qualunque momento e fase della procedura contrattuale, o la rescissione del contratto già concluso.”.

La disposizione attribuisce alla commissione straordinaria poteri extra ordinem, in quanto le consente l’adozione, senza limiti temporali, di provvedimenti amministrativi dal contenuto non rigorosamente definito.

Sono tuttavia individuati con sufficiente determinazione i presupposti giuridici e di fatto per l’esercizio di tali eccezionali poteri.

L’esercizio dei poteri in esame presuppone infatti l’adozione del provvedimento di scioglimento degli organi elettivi dell’ente locale, con riferimento a situazioni di infiltrazione o di condizionamento di tipo mafioso “connesse all’aggiudicazione di appalti di opere o di lavori pubblici o di pubbliche forniture ovvero all’affidamento in concessione di pubblici servizi locali”; presuppone altresì la nomina della commissione straordinaria per la gestione dell’ente ed il conferimento delle relative attribuzioni, contenuto necessario del decreto di scioglimento ai sensi dell’art. 144 T.U.E.L..

L’art. 145, comma 4, T.U.E.L., a sua volta, riconosce alla commissione di nomina governativa -mediante rinvio all’art. 14 del d.-l. n. 152 del 1991- eccezionali poteri ispettivi, finalizzati al raggiungimento dello scopo istituzionale dell’intera gestione straordinaria dell’ente locale (o della sua articolazione territoriale), vale a dire -per quanto qui rileva- il ripristino della legalità nello specifico settore di intervento degli appalti pubblici e della gestione di pubblici servizi.

La finalità in discorso va perseguita avvalendosi di strumenti di tipo amministrativo, normativamente individuati nella “adozione di tutti i provvedimenti ritenuti necessari”; nella “revoca delle deliberazioni già adottate in qualunque momento e fase della procedura contrattuale”; nella “rescissione del contratto già concluso”.

Si tratta, come evincibile dalla ricostruzione che precede, di disposizione speciale che prescinde da qualsivoglia riferimento ai tradizionali strumenti di esercizio del potere di autotutela decisoria, in primo luogo a quelli disciplinati in via generale dagli artt. 21-quinquies, 21-sexies e 21-nonies della legge n. 241 del 1990.

Ne consegue che “il potere “extra ordinem” affidato alla commissione straordinaria non si atteggia come mero riesame della legittimità formale o dell’opportunità dei provvedimenti amministrativi, ma rappresenta momento autonomo di ricostituzione di un tessuto amministrativo, che può portare anche ad avere effetti ablatori su atti amministrativi consolidati nel tempo con sacrificio di situazioni giuridiche soggettive ad essi collegate, ma che trova la sua giustificazione, ed al tempo stesso il suo parametro di legittimità, nella necessità di chiudere radicalmente qualsiasi via che consenta l’infiltrazione della criminalità organizzata.

Giova aggiungere che la compatibilità del potere in esame con il principio di legalità è assicurata dalla su evidenziata specificazione dei presupposti giuridici e fattuali per l’esercizio dell’autotutela.

Risarcimento del danno da reato del dipendente pubblico

Con sentenza 16 maggio 2019, n. 13246, le Sezioni Unite della Cassazione hanno reso importanti considerazioni in merito al rapporto tra fatto penalmente illecito del pubblico dipendente e risarcimento del danno cagionato al privato.

Lo spunto che ha originato la sentenza era il comportamento ascrivibile a peculato, posto in essere da un cancelliere che si era appropriato di una somma di danaro spettante a terzi, in evidente e cosciente violazione dei suoi doveri di ufficio.

La sentenza in questione è interessante perché analizza le due diverse correnti di pensiero giurisprudenziale afferenti al caso in questione. Secondo il filone “classico”, affinché ricorra la responsabilità della P.A. per un fatto lesivo posto in  essere dal proprio dipendente deve sussistere, oltre al nesso di causalità, anche la riferibilità all’Amministrazione del comportamento stesso. Secondo questa tesi, per potersi chiamare l’amministrazione a rispondere del fatto penalmente illecito del dipendente, l’attività posta in  essere da questi deve manifestarsi come esplicazione dell’attività dell’ente pubblico (magari esercitata con abuso di potere, ma sempre indirizzata al conseguimento dei fini istituzionali di questo nell’ambito delle attribuzioni dell’ufficio o del servizio cui il dipendente è addetto). Tale riferibilità viene meno, invece, quando il dipendente agisca per un fine strettamente personale, del tutto estraneo o perfino contrario agli scopi della p.a. alla quale fa capo. Anche la giustizia amministrativa propende per tale tesi, osservandosi come essa ritiene interrotta l’imputazione giuridica dell’attività posta in  essere da  un organo della pubblica amministrazione nei  casi in  cui  siano posti in essere fatti di reato (Cons. Stato, Sez. 6, 14/11/2014, n. 5600) o comunque allorché il soggetto agente, legato alla P.A. da  un rapporto di immedesimazione organica, abbia posto in essere il provvedimento amministrativo, frutto del reato contro la P.A., nell’ambito di  un  disegno criminoso e quindi perseguendo un interesse personale del tutto avulso dalle finalità istituzionali dell’Ente (TAR Sicilia-Catania 25/07/2013, n. 2166.

Secondo altro filone interpretativo, più recente e meno consolidato, è possibile riconoscere la responsabilità dell’ente pubblico anche nei casi in cui il fatto illecito origini da un apparente adempimento delle funzioni pubbliche che si sostanzi in un “non imprevedibile od eterogeneo sviluppo di  un  non corretto esercizio di tali funzioni”; il tutto, in applicazione del criterio previsto dall’art. 2049 cod. civ..

La risposta della Suprema Corte rappresenta la sintesi tra le due tesi. Secondo la Cassazione, se l’illecito è riferito direttamente all’Ente, questi ne risponderà altrettanto direttamente, in  forza del generale principio dell’art. 2043 cod. civ.. Tuttavia, accanto a questa ipotesi nulla vieta di configurare la responsabilità civile “indiretta” (e solidale) dell’Ente, per fatto del proprio dipendente o funzionario, in  forza dei principi discendenti dall’art. 2049 cod. civ., prescindendosi da  ogni colpa del datore di lavoro pubblico. In definitiva, lo Stato o l’ente pubblico risponderanno del fatto illecito del proprio funzionario o dipendente ogni qual volta questo non si  sarebbe verificato senza l’esercizio delle funzioni o delle attribuzioni o dei poteri pubblicistici, a  prescindere dal fine soggettivo dell’agente, purchè sussista tale correlazione di “oggettiva non improbabilità” dello sviamento dalle normali regole di azione.

Per concludere, secondo la Suprema Corte “lo Stato o l’ente pubblico risponde civilmente del danno cagionato a terzi dal fatto penalmente illecito del dipendente anche quando questi abbia approfittato delle sue attribuzioni ed agito per finalità esclusivamente personali od  egoistiche ed estranee a quelle dell’amministrazione di appartenenza, purché la sua condotta sia legata da  un  nesso di occasionalità necessaria con le funzioni o poteri che il dipendente esercita o di cui è titolare, nel senso che la condotta illecita dannosa – e, quale sua conseguenza, il danno ingiusto a terzi -non  sarebbe stata possibile, in applicazione del principio di causalità adeguata ed  in  base ad  un  giudizio controfattuale riferito al tempo della condotta, senza l’esercizio di quelle funzioni o poteri che, per quanto deviato o  abusivo od illecito, non ne integri uno sviluppo oggettivamente anomalo”.

Immobile Abusivo:Le Sezioni Unite sulla sorte del contratto di vendita

Con una recente sentenza le Sezioni Unite della Corte di Cassazione forniscono una soluzione al contrasto esistente in giurisprudenza in merito alla natura della nullità comminata dalle varie normative inerenti alle c.d. dichiarazioni urbanistiche dell’alienante, da inserirsi negli atti tra vivi aventi ad oggetto diritti reali immobiliari, ritenendola una mera nullità testuale che prescinde dalla effettiva conformità o difformità urbanistica dell’immobile negoziato.

In altre parole si discute intorno alla sorte degli atti fra privati che contengono violazioni dei precetti posti dalla normativa urbanistica ossia dell’esatta interpretazione da fornire all’art. 136 DPR 380/2001 (TU sull’edilizia).

Due le scuole di pensiero che si contendevano il campo.

 Una prima teoria detta formale secondo la quale dette norme mirano a reprimere e a scoraggiare gli abusi edilizi e non hanno alcun riguardo allo stato di buona o mala fede dell’acquirente.

La sanzione, da esse prevista, costituisce un’ipotesi di nullità assoluta, come tale suscettibile di esser fatta valere da chiunque vi abbia interesse, rilevabile d’ufficio dal giudice ex art. 1421 c.c., e riconducibile all’ultimo comma dell’art. 1418 c.c., quale ipotesi di nullità formale e non virtuale.

 Le prescritte dichiarazioni costituiscono quindi requisito formale del contratto, sicchè è la loro assenza “che di per sè comporta la nullità dell’atto, a prescindere cioè dalla regolarità dell’immobile che ne costituisce l’oggetto”, in altri termini: “l’irregolarità del bene non rileva di per sè, ma solo in quanto preclude la conferma dell’atto. Simmetricamente, la regolarità del bene sotto il profilo urbanistico non rileva in sè, ma solo in quanto consente la conferma dell’atto”.

Al contrario in presenza delle prescritte dichiarazioni l’atto resterebbe valido anche nel caso di difformità della costruzione rispetto al titolo abilitativo.  

A tale opzione ermeneutica si contrapponeva la cd. Teoria sostanziale secondo la quale il contratto avente ad oggetto un bene irregolare dal punto di vista edilizio è affetto da nullità sostanziale.

Ciò è stato ritenuto, anzitutto, sulla base dello scopo perseguito dalla norma, che è stato individuato in quello di rendere incommerciabili gli immobili non in regola dal punto di vista urbanistico.

Chi aderisce a questa tesi ritiene inoltre irrazionale un sistema che sanzioni con la nullità per motivi meramente formali atti di trasferimento di immobili regolari dal punto di vista urbanistico, o in corso di regolarizzazione, e consenta, invece, il valido trasferimento di immobili non regolari, lasciando alle parti interessate la possibilità di assumere l’iniziativa di risolverli sul piano dell’inadempimento contrattuale, o, addirittura, di eludere consensualmente lo scopo perseguito dal legislatore, stipulando il contratto ed immediatamente dopo concludendo una transazione con la quale il compratore rinunziasse al diritto a far valere l’inadempimento della controparte.

La soluzione adottata dalle Sezioni Unite.

La Corte ritiene incoerente la teoria sostanzialista poiché l’incommerciabilità degli immobili non in regola urbanisticamente non può desumersi dal contesto normativo che si limita a porre un medesimo, specifico, precetto: che nell’atto si dia conto della dichiarazione dell’alienante contenente gli elementi identificativi dei menzionati titoli, mentre la sanzione di nullità e l’impossibilità della stipula sono direttamente connesse all’assenza di siffatta dichiarazione (o allegazione, per le ipotesi di cui all’art. 40). Null’altro.

Ne consegue che la nullità comminata dalle disposizioni in esame non può esser sussunta nell’orbita della nullità c.d. virtuale di cui al comma 1 dell’art. 1418 c.c., che presupporrebbe l’esistenza di una norma imperativa ed il generale divieto di stipulazione di atti aventi ad oggetto immobili abusivi al fine di renderli giuridicamente non utilizzabili, e tale divieto, proprio come registra l’ordinanza di rimessione, non trova riscontro in seno allo jus positum, che, piuttosto, enuncia specifiche ipotesi di nullità (Nullità testuale).

In conclusione il contratto sarà valido, e tanto a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo in esso menzionato, e ciò per la decisiva ragione che tale profilo esula dal perimetro della nullità, in quanto non è previsto dalle disposizioni che la comminano, e tenuto conto del condivisibile principio generale secondo cui le norme che, ponendo limiti all’autonomia privata e divieti alla libera circolazione dei beni, sanciscono la nullità degli atti debbono ritenersi di stretta interpretazione, sicché esse non possono essere applicate, estensivamente o per analogia, ad ipotesi diverse da quelle espressamente previste.

Sharm-el-Sheik (e le mete turistiche pericolose in generale) non possono essere pubblicizzate senza dare una adeguata informazione

Con sentenza 30 aprile 2019, n. 2818, la sezione VI del Consiglio di Stato ha affermato essere legittimo il provvedimento dell’ANTITRUST che ha sanzionato il mancato rimborso integrale del prezzo pagato per viaggi turistici verso l’Egitto annullati per ragioni di sicurezza, la proposta di mete alternative solo con maggiorazione del prezzo, l’omissione di informazioni sulle condizioni sociopolitiche in Egitto nell’ambito della promozione di pacchetti turistici.

All’epoca dei fatti (2013/2014), il Ministero per gli affari Esteri, con i comunicati del 28 febbraio, 28 aprile e 28 maggio 2014, aveva diramato un avviso di pericolosità relativo ai viaggi verso tutta la penisola del Sinai, compresa Sharm el-Sheikh. La società ricorrente, però, era stata segnalata da alcuni turisti all’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato (l’ANTITRUST), perché, pur avendo annullato i viaggi verso l’Egitto, rimborsando l’importo ricevuto, aveva trattenuto una somma di circa 70 euro, giustificata in modo vario, come quota di iscrizione, di gestione, di assicurazione, o simile, ma comunque trattenuta. Inoltre, l’impresa, nel proporre destinazioni alternative a quella cancellata, ha preteso dai clienti i quali avevano scelto una meta più costosa di quella originaria il pagamento della differenza di prezzo. Infine, l’ANTITRUST ha anche rilevato che la pubblicità su internet dei viaggi in questione posta in essere dalla “ Viaggi di Atlantide non dava alcun conto delle condizioni pericolose in cui si trovava l’Egitto.

L’operato dell’ANTITRUST è stato ritenuto corretto dal Consiglio di Stato. In primo luogo, perché la norma dell’art. 42 del Codice del turismo (in base alla quale nei casi di annullamento del pacchetto come quelli per cui è causa la restituzione degli importi deve essere integrale) va considerata come norma inderogabile. Tale inderogabilità, inoltre, ben si concilia con il dettato dell’art. 8 della direttiva 314/90/CE, la quale prevede solo una protezione “minimale”, che gli Stati Membri possono implementare e rafforzare ulteriormente, senza che da ciò derivi alcun contrasto con la normativa comunitaria.

Infine (e soprattutto), anche la carenza sostanziale di informazione in ordine alla pericolosità del viaggio era da ritenersi ampiamente provata e condivisibile. La pubblicazione di un semplice “trafiletto”, contenente notizie non direttamente pertinenti agli avvisi diramati dal Ministero, m facente riferimento ad azioni poste in essere da vari tour operators non è stato ritenuto sufficiente a dimostrare l’intenzione di pubblicizzare in modo chiaro e palese il rischio connesso all’adesione al pacchetto turistico.

Conseguentemente, l’operato della agenzia di viaggi doveva ritenersi contrario a legge, con conseguente reiezione del ricorso in appello (e condanna della ricorrente al pagamento di 12.000,00 euro di spese di lite).

Prostituzione: è illegittima l’ordinanza del sindaco che la vieta sul territorio comunale

Una recente sentenza del TAR ha dichiarato l’illegittimità dell’ordinanza con la quale il sindaco di un Comune laziale aveva vietato l’esercizio del meretricio sul territorio comunale, con espressa comminatoria per la violazione del suddetto divieto della sanzione pecuniaria pari a € 500,00

Tale provvedimento è stato annullato per le seguenti ragioni:

– le condotte vietate e sanzionate venivano descritte nel provvedimento impugnato con un insufficiente grado di determinatezza, come reso evidente dal rilievo riconnesso anche ad “atteggiamenti”, a “modalità comportamentali” ed all’abbigliamento e, dunque, a condotte ed a profili che ineriscono alla sfera delle stesse modalità di espressione della personalità e che possono risultare in concreto non lesive di interessi riconducibili alla sicurezza urbana in quanto non dirette in modo non equivoco all’esercizio dell’attività riguardante le prestazioni sessuali a pagamento;

– a fronte di tale ampia e generica descrizione delle condotte sanzionate l’indiscriminata estensione dei divieti su tutto il territorio comunale non trova supporto nell’accertamento di situazioni specifiche riferibili all’esigenza di tutela della sicurezza urbana, dovendosi evidenziare che l’ordinamento vigente non consente la repressione di per sé dell’esercizio dell’attività riguardante le prestazioni sessuali a pagamento e ciò a prescindere dalla rilevanza che tale attività possa assumere sotto altri profili, autonomamente sanzionabili, per le modalità con cui è svolta o per la concreta lesione di interessi riconducibili alla sicurezza urbana;

– in particolare, la sussistenza di “gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana” è solo formalmente evocata, non essendo sufficienti a sorreggere la determinazione adottata affermazioni di principio in assenza evidenze istruttorie fondate su elementi concreti ed attendibili atti a denotare la sussistenza del presupposto della concreta minaccia agli interessi pubblici tutelati dell’art. 54, commi 4 e 4 bis del TUEL e della eccezionalità e gravità del pericolo;

E’  infine da evidenziare come le ordinanze contingibili e urgenti di competenza del Sindaco quale ufficiale del Governo costituiscono strumenti apprestati dall’ordinamento per fronteggiare situazioni impreviste e di carattere eccezionale, per le quali sia impossibile o inefficace l’impiego dei rimedi ordinari, e si presentano quindi quali mezzi di carattere residuale, espressione di norme di chiusura del sistema, i cui tratti distintivi sono costituiti dall’atipicità, dalla valenza derogatoria rispetto agli strumenti ordinari, dalla particolare qualificazione sia della minaccia sia del pericolo.