Contributi edilizi: quando il Comune può richiederli?

Viste le numerose richieste di chiarimenti che sono pervenute allo Studio legale in ordine alla determinazione e al momento della richiesta dei contributi di costruzione, riportiamo di seguito la posizione della più recente giurisprudenza amministrativa.

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha infatti affermato che: “Gli atti con i quali la p.a. determina e liquida il contributo di costruzione, previsto dall’art. 16 d.P.R. n. 380 del 2001, non hanno natura autoritativa, non essendo espressione di una potestà pubblicistica, ma costituiscono l’esercizio di una facoltà connessa alla pretesa creditoria riconosciuta dalla legge al Comune per il rilascio del permesso di costruire, stante la sua onerosità, nell’ambito di un rapporto obbligatorio a carattere paritetico e soggetta, in quanto tale, al termine di prescrizione decennale, sicché ad essi non possono applicarsi né la disciplina dell’autotutela dettata dall’art. 21-nonies l. n. 241 del 1990 né, più in generale, le disposizioni previste dalla stessa legge per gli atti provvedimentali manifestazioni di imperio. La p.a., nel corso di tale rapporto, può pertanto sempre rideterminare, sia a favore che a sfavore del privato, l’importo di tale contributo, in principio erroneamente liquidato, richiedendone o rimborsandone a questi la differenza nell’ordinario termine di prescrizione decennale (art. 2946 c.c.) decorrente dal rilascio del titolo edilizio, senza incorrere in alcuna decadenza” (C.d.S, AP n. 12/18).

In linea con tali principi quindi, resta escluso che la determinazione e richiesta dei contributi di costruzione debbano avvenire “una tantum” al momento del rilascio del permesso di costruire, ben potendo (ed anzi dovendo) intervenire anche successivamente per l’eventuale differenza in favore del bilancio comunale, purché nell’ordinario termine di prescrizione decennale, e ferma restando la necessità (rispettata nel caso di specie) di riferimento a tariffe già approvate alla data del rilascio del permesso di costruire.

Dismissioni Immobili Pubblici: al via il piano straordinario

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto ministeriale che contribuisce a definire il perimetro e le modalità di azione del piano straordinario di dismissione degli immobili pubblici previsto dalla Legge di Bilancio 2019. Il piano, già adottato con apposito DPCM, avrà effetti positivi sulla finanza pubblica sotto diversi punti di vista: l’abbattimento diretto del debito dello Stato, il miglioramento del debito degli enti locali, ma anche la possibilità, cambiando la proprietà e la destinazione d’uso di alcuni edifici, di incentivare il recupero di beni non utilizzati e di assicurare ricadute positive in termini di investimenti e occupazione all’economia locale e nazionale.

Il piano straordinario delle cessioni degli immobili pubblici ha come scopo quello di ottenere un gettito di 1,2 miliardi di euro in tre anni. Sono 420 le proprietà immobiliari offerte in vendita, distribuite a tutte le “latitudini”: si va da Venezia a Palermo, passando per Roma.

Il piano prevede l’utilizzo di «strumenti diversificati di cessione e valorizzazione degli immobili. La procedura di selezione dei contraenti già stata avviata per i primi 90 manufatti, per i quali già entro la fine di luglio dovrebbero partire le aste telematiche. Queste si svolgeranno sulla piattaforma informatica del Consiglio Nazionale del Notariato, mentre le informazioni su procedure e vendite saranno disponibili sul sito dell’Agenzia del Demanio , nella sezione “Piano Vendite Immobili dello Stato”.

Un ruolo importante in questa procedura sarà svolto anche dalla Invimit Sgr, una società controllata dal Ministero dell’Economia, che gestirà la dismissione di immobili di provenienza pubblica conferiti ai suoi fondi immobiliari per un importo di circa 610 milioni.

Secondo il comunicato stampa recentemente diramato, “…Una prima tranche delle abitazioni in vendita nelle principali città, quali Roma, Palermo, Firenze ed altre, è già stata pubblicata sulla vetrina immobiliare presente nel sito www.invimit.it unitamente ad una serie di strumenti finalizzati a rendere facilmente accessibile e trasparente il processo (video tutorial, numero verde 800.190.569). A questa procedura di vendita potrà affiancarsi la ricezione di offerte relative all’acquisto di portafogli di asset da parte di singoli investitori, che possono a tal fine richiedere informazioni o fissare incontri di approfondimento contattando la SGR all’indirizzo istituzionale invimitsgrspa@pec.it“. Inoltre, INVIMIT potrebbe costituire ulteriori e diversi fondi immobiliari, partecipati in via diretta e destinati ad essere immessi successivamente sul mercato.

Distanze minime fra edifici e pianificazione urbanistica

Una recente sentenza del Consiglio di Stato prende posizione sul caso di discrepanza fra la pianificazione territoriale effettuata dal Comune e la disciplina statale sulle distanze minime fra edifici.

I giudici amministrativi hanno sottolineato come le previsioni di cui all’ art. 9, d.m. 2 aprile 1968, n. 1444 — riguardanti la distanza minima da osservarsi tra edifici — essendo funzionali a garantire non tanto la riservatezza, quanto piuttosto l’igiene e la salubrità dei luoghi e la formazione di intercapedini dannose, devono considerarsi assolutamente inderogabili da parte dei Comuni, che si devono attenere ad esse in sede di formazione e revisione degli strumenti urbanistici; inoltre, traendo le norme del succitato d.m. n. 1444 del 1968 la propria efficacia dall’ art. 41 quinquies comma 8, l.17 agosto 1942, n. 1150 — in tale parte non abrogato dal d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 — le relative previsioni devono considerarsi avere una efficacia immediatamente precettiva e tale da potersi sostituire alle eventuali norme di piano regolatore ad esse non conformi; pertanto, ogni previsione regolamentare in contrasto con l’anzidetto limite è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata (cfr. ad es.. Consiglio di Stato, sez. IV , 30/10/2017 , n. 4992).

Conseguentemente, a fronte di una difformità, dal titolo rilasciato, in violazione delle distanze, il conseguente abuso va sanzionato, senza che possa in contrario valere un eventuale accordo fra privati.

Né un titolo edilizio sopravvenuto, rispetto all’originaria prima costruzione, può tacitamente legittimare una violazione delle distanze stesse.

Università ammissione Facoltà di medicina numero chiuso. Cosa dice la giurisprudenza

Fra criteri dettati dal legislatore per ordinare la materia è ormai opinione comune che quello della capacità formativa degli Atenei ha carattere prioritario e determinante (CEDU, 2 aprile 2013 – ricorsi 25851/09, 29284/09, 64090/09 – Tarantino e altri c. Italia), non potendosi ritenere corrispondente a tutela del diritto allo studio, di cui all’art. 34 della Costituzione, la mera indiscriminata ammissione a corsi di istruzione superiore di qualsiasi soggetto richiedente, ove le strutture organizzative predisposte non siano adeguate per garantirne l’adeguata formazione professionale.

 Lo stesso articolo 34 della Costituzione pone come tendenziale obiettivo il raggiungimento dei superiori gradi di istruzione per i più capaci e meritevoli, ponendo sostanzialmente un vincolo per il rispetto delle graduatorie di merito, ove l’accesso a detti gradi superiori di studio sia frutto di prove selettive.

Ciò posto il Consiglio di Stato ha il più delle volte sottolineato come:

  1. risulti inammissibile per contraddittorietà (poiché finalizzata ad un beneficio, maggiore di quello perseguibile con sentenza) la richiesta ammissione in via cautelare ad un corso di studi, delle cui prove di ammissione si postuli, nel merito, l’integrale annullamento;
  2. la medesima ammissione con riserva implichi ulteriori dubbi di ammissibilità, per il maggior danno conseguente all’avvio di un percorso di studio a rischio di annullamento, in quanto il superamento dei primi esami non consolida la posizione dei ricorrenti, solo temporaneamente “vittoriosi” nella fase cautelare (avendo l’eventuale rigetto, nel merito, dell’impugnativa effetto senz’altro caducante dell’immatricolazione disposta con riserva, con ulteriore effetto invalidante degli esami sostenuti);

Partendo da ciò, una recente sentenza TAR ha articolato una più ampia riflessione, circa l’ammissibilità di misure cautelari propulsive nella materia di cui trattasi, al fine di evitare sia le descritte ripercussioni negative per i diretti interessati (in caso di conclusivo rigetto dei ricorsi), sia – ove la trattazione del merito non venga effettuata in tempi brevi – le inevitabili gravi alterazioni dei parametri legislativi, che disciplinano la capacità formativa degli Atenei.

Si deve tenere conto, infatti, dell’ingente divario fra i posti (per lo più in misura non superiore a 1000 – 1.500 unità), e il numero degli aspiranti all’immatricolazione (oltre 70.000 nelle ultime tornate concorsuali), con tasso di crescita del contenzioso, proporzionale alla facilità di accesso ai corsi in via cautelare: costituisce fatto notorio la disposta immatricolazione con riserva e in soprannumero, in anni accademici precedenti, di migliaia di aspiranti, il cui numero risultava in costante crescita, fino ad un più restrittivo indirizzo cautelare del giudice amministrativo, il cui prudente apprezzamento ha, negli ultimi tempi, evitato l’incontrollato sovraffollamento dei corsi universitari in questione, garantendo anche più ragionevoli possibilità di accesso alle scuole di specializzazione e, in ultima analisi, il mantenimento del livello qualitativo del servizio sanitario nazionale (non potendo le carenze di personale medico – pur ipotizzabili – trovare soluzione in via cautelare, in assenza di adeguati investimenti finanziari e strutturali).

Tutto ciò considerato lo strumento processuale più idoneo a tutelare gli interessi degli aspiranti medici non appare più essere la richiesta della misura cautelare dell’ammissione con riserva, destinato a essere dichiarato inammissibile, quanto bensì quello previsto dall’art. 55 comma 10 CPA.

Pubblico impiego progressione in carriera

La tematica della progressione in carriera dei pubblici dipendenti rispondono a principi fondamentali validi per qualsiasi tipo di organizzazione lavorativa pubblica o privata che sia:  è evidente che, per stabilire le capacità professionali e l’attitudine a svolgere funzioni superiori, ci si debba basare sulla “preparazione professionale di tipo teorico” (documentata da titoli acquisiti al fascicolo personale), sulle “capacità dimostrate di farne applicazione nell’attività lavorativa” (documentata dalle valutazioni periodicamente redatte dai superiori), considerata anche sotto il profilo dell’“importanza organizzativa dell’incarico espletato”) nonché dalle “particolari propensioni a svolgere attività diverse”, eventualmente di maggiore importanza, rivelate nel corso della stessa attività, etc. (tanto che sono utilizzate, oltre che in diverse carriere del pubblico impiego, anche nel lavoro privato).

In conseguenza di ciò per la giurisprudenza amministrativa in tutte le procedure di avanzamento del personale delle pubbliche amministrazioni va preventivamente stabilita l’importanza reciproca dei diversi elementi di valutazione e la gamma dei valori attribuibili a ciascuno di essi, la modalità di espressione della valutazione di ogni singolo elemento oggetto di valutazione, dato che tale operazione preliminare costituisce, sul piano pregiuridico, una condizione necessaria per assicurare la validità, l’attendibilità e la confrontabilità dei giudizi espressi, e, sotto il profilo strettamente giuridico, serve ad assicurare la trasparenza, l’imparzialità delle valutazioni, oltre che il controllo giurisdizionale sulle stesse. Il rispetto delle garanzie organizzative e procedimentali nell’ambito dei procedimenti concorsuali serve a scongiurare il rischio di disparità di trattamento valutativo, fenomeni di favoritismo, o, al contrario, discriminazione nei confronti di funzionari che non si siano prestati ad attuare scelte poco corrette imposte dai superiori o anche più semplicemente per evitare involontari errori di valutazione, in particolare il cd. “effetto alone”, causato dall’influenza della conoscenza di alcuni tratti positivi o negativi dello scrutinando sulla valutazione anche dei restanti elementi di valutazione.

Contratti pubblici: rapporti tra criterio del massimo ribasso e quello dell’offerta economica

Recentemente l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato si è preoccupata di dirimere un contrasto fra due disposizioni del codice degli appalti apparentemente antinomiche e ha concluso nel senso che gli appalti di servizi, ove rientrino tanto tra i contratti “ad alta intensità di manodopera” quanto tra quelli il cui oggetto presenta “caratteristiche standardizzate”, sono aggiudicati sempre in base al criterio del miglior rapporto qualità/prezzo.

Il problema esegetico era sorto poiché, allorquando un appalto di servizi fosse caratterizzato sia dalla  “alta intensità di manodopera” che “caratteristiche standardizzate”, esso risultava astrattamente idoneo ad essere disciplinato simultaneamente dalle due norme, in apparenza confliggenti, e più in particolare:

  • art. 95, comma 3, d.lgs. n. 50 del 2016, a mente del quale “sono aggiudicati esclusivamente sulla base del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo”, tra gli altri, secondo quanto dispone la lettera a) del comma medesimo, “i contratti relativi ai servizi sociali e di ristorazione ospedaliera, assistenziale e scolastica, nonché ai servizi ad alta intensità di manodopera, come definiti all’articolo 50, comma 1, fatti salvi gli affidamenti ai sensidell’articolo 36, comma 2, lettera a)”.
  • art. 95, comma 4, d.lgs. n. 50 cit. secondo cui “può essere utilizzato il criterio del minor prezzo”, tra le altre ipotesi, secondo quanto dispone la lettera b) del comma stesso, per i servizi e le forniture con caratteristiche standardizzate o le cui condizioni sono definite dal mercato”.

La percorso logico seguito dai giudici amministrativi appare chiaro e si snoda attraverso i seguenti passaggi:

  1. il codice dei contratti sancisce un’ evidente preferenza per i criteri di aggiudicazione non basati solo sull’elemento del prezzo (vedi art. 95 commi I-II-III-IV-V D.lgs. n.50/2016);
  2. Tale preferenza è coerente sia con  i principi espressi con la legge delega che con gli indirizzi di politica generale espresse dalle istituzioni internazionali;
  3. il ricorso a criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici basati non sul solo prezzo, e quindi non orientati in via esclusiva a fare conseguire all’amministrazione risparmi di spesa, ma idonei a selezionare le offerte anche sul piano qualitativo, è funzionale, tra l’altro, alla tutela delle condizioni economiche e di sicurezza del lavoro.

Può dunque affermarsi che il comma 3 dell’art. 95 si pone ad un punto di convergenza di valori espressi in sede costituzionale e facoltà riconosciute a livello europeo ai legislatori nazionali, per la realizzazione dei quali nel codice dei contratti pubblici il miglior rapporto qualità/prezzo è stato elevato a criterio unico ed inderogabile di aggiudicazione per appalti di servizi in cui la componente della manodopera abbia rilievo preponderante.

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