Ancora sul diritto di accesso

Recentemente il Consiglio di Stato è tornato a statuire intorno ai contorni dell’istituto dell’accesso civico generalizzato precisandone meglio confini e limiti al suo utilizzo.

Alla luce del principio dispositivo – sia pure temperato – che governa il processo amministrativo, i giudici hanno sottolineto come sul ricorrente gravi comunque un onere probatorio che, relativamente alla acquisizione di documenti, deve tradursi quantomeno nella deduzione della effettiva esistenza dei documenti di cui si chiede l’acquisizione in giudizio, che devono anche essere specificamente indicati. Sicché, in definitiva, ancorché l’accesso civico generalizzato non implichi astrattamente l’obbligo della parte di indicare i documenti di cui chiede l’ostensione, al fine di ottenere dal giudice amministrativo un ordine di esibizione o una ispezione è onere dell’interessato, ricorrente ex art. 116 cod. proc. amm., indicare i documenti di cui chiede l’ostensione, non essendo rinvenibili, nel codice o nel d.lgs. 33/2013, disposizioni che consentano al giudice di ordinare l’ispezione di uffici e locali di una pubblica amministrazione al solo fine di cercare documenti di cui si sospetta l’esistenza.

Fornendo ulteriori precisazione in ordine all’istituto in esame i giudici amministrativi sottolineano che:

– in sede giudiziale la acquisizione di documenti non può che essere destinata ad alimentare il fascicolo d’ufficio, e dunque a mettere tali documenti nella disponibilità delle parti; pertanto, la acquisizione di documenti “riservata” al giudice non può considerarsi ammissibile in quanto contraria alla stessa logica del processo, che deve assicurare il contraddittorio e la parità tra le parti del giudizio;

– comunque il Giudice Amministrativo non ha gli strumenti per valutare la sussistenza, o meno, del pregiudizio ad uno degli interessi indicati all’art. 5-bis, commi 1 e 2, del d.lgs. 33/2013;

– a fronte di valutazioni caratterizzate da elevata discrezionalità se non addirittura di carattere politico, il sindacato giurisdizionale non può che essere di carattere meramente estrinseco, cioè limitato alla verifica della esistenza della causa di non ostensibilità invocata dalla Amministrazione e della astratta riconducibilità dell’atto, di cui si nega l’ostensione, a quelli che possono interferire con gli interessi tutelati dalla norma.

Appalti di Lavori: differenza fra soluzioni migliorative e varianti

Recentemente il Consiglio di Stato si è preoccupato di tracciare il discrimen fra le soluzione migliorative e le varianti che i concorrenti nelle gare pubbliche possono proporre alle Stazioni Appaltanti.

Tale differenza non è di poco momento poichè le prime, a differenza delle seconde, possono liberamente esplicarsi.

Più nel dettaglio, per costante giurisprudenza, nelle procedure ad evidenza pubblica finalizzate all’aggiudicazione di un contratto pubblico, le soluzioni migliorative si differenziano dalle varianti perché le prime possono liberamente esplicarsi in tutti gli aspetti lasciati aperti a diverse soluzioni sulla base del progetto posto a base di gara ed oggetto di valutazione dal punto di vista tecnico, rimanendo comunque preclusa la modificabilità delle caratteristiche progettuali già stabilite dall’amministrazione; le seconde, invece, si sostanziano in modifiche del progetto dal punto di vista tipologico, strutturale e funzionale, per la cui ammissibilità è necessaria una previa manifestazione di volontà della stazione appaltante, mediante preventiva disposizione contenuta nella disciplina di gara e l’individuazione dei relativi requisiti minimi che segnano i limiti entro i quali l’opera proposta dal concorrente costituisce un aliud rispetto a quella prefigurata dall’amministrazione.

Ne deriva che possono essere considerate proposte migliorative tutte quelle precisazioni, integrazioni e migliorie che sono finalizzate a rendere il progetto prescelto meglio corrispondente alle esigenze della stazione appaltante, senza tuttavia alterare i caratteri essenziali delle prestazioni richieste.

Il Controinteressato negli Abusi Edilizi

Una recente pronuncia del Consiglio di Stato fornisce l’occasione per ritornare su di un tema di sicuro interesse: quello delle caratteristiche tipiche del soggetto contro interessato nelle vicende avente a oggetto abusi edilizi.

Si sta evidentemente facendo riferimento a quel soggetto che, a fronte di una violazione delle norme edilizie da parte di un altro soggetto, può prima stimolare i controlli della PA e poi, eventualmente, partecipare al relativo giudizio.

In generale il tendenziale diniego del riconoscimento della qualità di controinteressato ai proprietari confinanti dell’area nella quale è stato realizzato un manufatto abusivo del quale è stata ordinata la demolizione dall’Autorità competente, va, come rilevato in plurime occasioni dal Consiglio di Stato, temperato nell’ipotesi in cui ci si trovi di fronte non già a un “generico vicino di casa”, ma a un soggetto il cui diritto di proprietà risulta direttamente leso da un’opera edilizia abusiva e conseguentemente è direttamente avvantaggiato dall’ordine di demolizione, vantando un interesse qualificato a difendere la propria posizione giuridica di titolare di un diritto di proprietà su parti comuni.

Ad ogni modo per vantaggio deve comunque intendersi anche l’eliminazione di un pregiudizio che spesso è stato ritenuto dalla giurisprudenza sussistere in re ipsa “in quanto consegue necessariamente dalla maggiore antropizzazione (traffico, rumore), dalla minore qualità panoramica, ambientale, paesaggistica e dalla possibile diminuzione di valore dell’immobile” ( cfr. da ultimo e per tutte Cons. Stat. Sez IV, 22.09.2014 n. 4764 ed i richiami giurisprudenziali ivi operati).

I giudici amministrativi hanno poi elaborato, accanto al concetto di vicinitas geografica, anche quello di vicinitas commerciale.

In questo caso, il concetto di vicinitassi specifica identificandosi nella nozione di stesso bacino d’utenza della concorrente, tale potendo essere ritenuto anche con un raggio di decine di chilometri”.

Estratto debitorio: non è impugnabile

Non è autonomamente impugnabile l’estratto debitorio (più correttamente, l’estratto di ruolo emesso dal concessionario della riscossione), perché esso si limita ad elencare le cartelle esattoriali e le differenti voci di debenza che risultano dovute secondo l’Agenzia delle entrate – Riscossione.

Con la sentenza 7 ottobre 2019, n. 12824/40/2019, la sezione XXXX della Commissione tributaria provinciale di Roma ha affermato il principio della inammissibilità del ricorso che sia sollevato contro l’estratto di ruolo emesso da Agenzia delle Entrare Riscossione. Questo deve ritenersi solo “un mero prospetto informativo”, non impugnabile.

Nondimeno, rimane fermo – per medesima affermazione della CTP – il principio sintetizzato dalla Cassazione in merito alla possibilità di impugnare i provvedimenti tributari dei quali il contribuente sia venuto a conoscenza solo in virtù dell’estratto debitorio (ad es., le cartelle esattoriali o i provvedimenti di fermo non correttamente notificati).

Problemi ancora aperti.

Quello che la CTP non dice, però, è che, pur dando credito alla tesi della non impugnabilità diretta dell’estratto debitorio, questo rimane un “atto” amministrativo.

In quanto “atto” e non “provvedimento” (impositivo), esso deve, dunque, ritenersi non impugnabile in via diretta, ma certamente correggibile.

Rimangono, dunque, aperte tutte le possibili prospettazioni avverso eventuali richieste illegittimamente formulate dall’Agenzia delle Entrate Riscossione, alla quale, prima di proporre il ricorso contro l’estratto “di ruolo”, dovrà essere rivolta una formale istanza di correzione dello stesso, qualora esso contenga richiami a cartelle o altri provvedimenti impositivi non corretti.