Piano regolatore e tutela del paesaggio

In una recente sentenza il Consglio di Stato è tornato sul delicato problema del rapporto fra rapporto tra vincoli imposti ai sensi della normativa nazionale (nel caso di specie, la l. n. 1089 del 1939) e vincoli urbanistici, ribadendo la possibilità attraverso questi ultimi di rafforzare e coordinare la tutela del territorio attraverso misure di edificabilità del suolo.

 In estrema sintesi i giudici amministrativi hanno confermato il principio correttamente posto a base di pronunce risalenti del Consiglio di Stato secondo cui le modifiche allo strumento urbanistico introdotte d’ufficio dall’Amministrazione regionale, ai fini specifici della tutela del paesaggio e dell’ambiente, non comportano la necessità per il Comune interessato di riavviare il procedimento di approvazione dello strumento, con conseguente ripubblicazione dello stesso, inserendosi tali modifiche – in conformità a quanto stabilito dall’art. 10, comma 2, lett. c), l. n. 1150 del 1942 – nell’ambito di un unico procedimento di formazione progressiva del disegno relativo alla programmazione generale del territorio.

È di tutta evidenza come la conclusione alla quale  si è pervenuti risponde all’evoluzione del concetto di urbanistica verso la più ampia nozione di “governo del territorio” introdotta con la riforma del Titolo V della Costituzione, anche con l’obiettivo di consentire attraverso gli strumenti di pianificazione rimessi alla competenza degli Enti territoriali una sintesi delle tutele attribuite allo Stato e delle esigenze di miglioramento della qualità del territorio.

La funzione di tutela e la funzione di valorizzazione appaiono, infatti, appaiono autonome, ancorché complementari. Il “governo del territorio”, infatti, è nozione più ampia dell’“urbanistica” e risponde anche all’esigenza propulsiva di miglioramento della vivibilità del suolo (si pensi alla tutela dei centri storici e, più settorialmente ma in maniera egualmente incisiva, a tutte le disposizioni di legge speciale che hanno valorizzato il potere di limitare in senso qualitativo gli insediamenti, anche commerciali, per migliorare il “decoro” e la vivibilità delle città).

Serre solari e condominio

Come si è evidenziato in un precedente articolo http://studiolegaletorchiaroma.it/2019/06/05/le-serre-bioclimatiche-nel-lazio-ed-a-roma-aspetti-pubblicistici/ , da un punto di vista autorizzatorio le serre possono essere installate con relativa facilità su tutto il territorio comunale.

Macosa succede da un punto di vista civilistico, una volta che si è deciso di intraprendere la via del risparmio energetico? daquesto punto di vista potrebbero verificarsi difficoltà, qualora la realizzazione della serra (ad uso esclusivo del condomino, ovviamente, collocata solo sul terrazzo o sul balcone di proprietà di questi), sia ritenuta contrastare con l’interesse del condominio.Andando per gradi, si dirà che la  Cassazione, con ordinanza 22 giugno 2016, n. 12917 (IV sez. civ.), ha affermato il principio per cui la realizzazione di una serra ad uso esclusivo del condomino proprietario rappresenta una “innovazione” civilmente rilevante, ex art. 1120 Cod. civ..In quanto tale, anche se debitamente autorizzata a livello amministrativo/urbanistico, la serra potrebbe ritenersi illecita a livello civilistico, se essa incide sulla statica dell’edificio condominiale o sul decoro (concetto ben più effimero) dell’edificio.Per quanto riguarda le innovazioni individuali, la norma di riferimento è rappresentata dall’art. 1102 Cod. civ., in base al quale ciascun condomino che intende realizzarle a proprie spese una innovazione può farlo purché tali innovazioni non alterino la destinazione della cosa comune e non impediscano agli altri condomini di farne parimenti uso secondo il rispettivo diritto. In questo contesto, poi, l’art. 1120, ultimo comma, Cod. civ., vieta le innovazioni che possano recare pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza dei fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti comuni dell’edificio inservibili all’uso o al godimento anche di un solo condomino. Tale divieto, secondo il Tribunale di Milano, “ha portata generale e si applica anche alle innovazioni che il singolo condomino può apportare alla cosa comune ai sensi dell’art. 1102 c.c.: la norma è stata ubicata dal Legislatore nelle maglie dell’art. 1120 c.c. proprio per rimarcare il fatto che il divieto ivi contenuto costituisce limite invalicabile anche alla maggioranza dei condomini” (Trib. Milano, 21 febbraio 2017, n. 2175).Aggiunge il Tribunale che “per realizzare innovazioni, sia pur nei limiti di cui agli artt. 1102 e 1120 c.c., il condomino non ha necessità di chiedere l’autorizzazione dell’assemblea, salve eventuali limitazioni contenute dei regolamenti condominiali di natura contrattuale cui i condomini si siano vincolati in sede di costituzione del condominio o di acquisto del bene in condominio, rientrando il potere di realizzazione di innovazione nell’orbita di un diritto soggettivo spettante al singolo condomino sia pure nei limiti previsti dalla legge”.Inoltre, chiude il Tribunale, se il condomino singolo non ha bisogno di alcuna autorizzazione, il condominio o gli altri condomini devono “dimostrare in concreto l’esistenza di un elemento ostativo rientrante tra quelli menzionati nell’ultimo comma dell’art. 1120 c.c. o nell’art. 1102 c.c. pena, in mancanza, la declaratoria di nullità della delibera assembleare che ne abbia rigettato la fattibilità”.

Associazione Mafiosa e scioglimento del consiglio comunale: presupposti

L’art. 143 del T.U.E.L., al comma 1 (nel testo novellato dall’art. 2, comma 30, della l. n. 94 del 2009), richiede che gli elementi capaci di evidenziare la sussistenza di un rapporto tra l’organizzazione mafiosa e gli amministratori dell’ente considerato infiltrato devono essere «concreti, univoci e rilevanti» ed assumere una valenza tale da determinare «un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati».

Gli elementi sintomatici del condizionamento criminale devono, quindi, caratterizzarsi per concretezza ed essere, anzitutto, assistiti da un obiettivo e documentato accertamento nella loro realtà storica; per univocità, intesa quale loro chiara direzione agli scopi che la misura di rigore è intesa a prevenire; per rilevanza, che si caratterizza per l’idoneità all’effetto di compromettere il regolare svolgimento delle funzioni dell’ente locale (Cons. St., sez. III, 19 febbraio 2019, n. 1165).

Il Consiglio di Stato, anche nella sua più recente giurisprudenza (v., ex plurimis, Cons. St., sez. III, 18 luglio 2019, n. 5077, Cons. St., sez. III, 17 giugno 2019, n. 4026), ha osservato che il condizionamento può rilevare come fattore funzionale, allorquando le cosche incidono sulla gestione amministrativa dell’ente, ricevendone sicuri vantaggi, e solo una valutazione complessiva, contestualizzata anche sul piano territoriale, può condurre ad un appropriato esame della delibera di scioglimento, quale tutela avanzata approntata dall’ordinamento giuridico, in virtù di una valutazione degli elementi, posti a base della delibera, che costituisca bilanciata sintesi e mai mera sommatoria dei singoli elementi stessi.

Ciò detto per completezza occorre evidenziare come gli stessi giudici amministrativi sottolineino come occorra evitare « che la eventuale “debolezza” degli elementi soggettivi e la eventuale “debolezza” di quelli oggettivi, nella ricostruzione dell’interprete, si “stampellino” reciprocamente, con il risultato di produrre un quadro dove la suggestione del disegno complessivo oscuri e nasconda il difetto di elementi concreti, ovvero la loro (incerta) rilevanza ed univocità» (Cons. St., sez. IV, 3 marzo 2016, n. 876).

 In definitiva il nesso di interdipendenza che deve esistere tra gli elementi soggettivi – i collegamenti diretti o indiretti degli amministratori locali con le associazioni mafiose – e quelli oggettivi, tra i quali figura anche, ma non solo, il regolare funzionamento dei servizi affidati alla pubblica amministrazione, va valutato, complessivamente e non atomisticamente, secondo una logica probabilistica, tipica del diritto della prevenzione (Cons. St., sez. III, 30 gennaio 2019, n. 758, Cons. St., sez. III, 5 settembre 2019, n. 6105), alla quale sicuramente anche lo scioglimento di cui all’art. 143, comma 1, del T.U.E.L., per sua stessa finalità anticipatoria, appartiene, e non già secondo il criterio della certezza raggiunta oltre ogni ragionevole dubbio, propria dell’accertamento penale, perché la stessa giurisprudenza amministrativa ben avverte che «operazioni ermeneutiche del tipo indicato possono porre all’amministrazione, a maggior ragione nel caso di piccole comunità, che per dimensione, coesione interna e eventuale chiusura o limitata apertura verso l’esterno, offrono elementi di difficile reperimento e, ove raccolti, di incerta o difficile decifrazione», con «un costante e concreto aggancio ad elementi rilevanti ed univoci che, pur non assurgendo al rango di prova, contribuiscono ad indicare un percorso di ragionevolezza valutativa e di proporzionalità ed adeguatezza della misura adottata» (Cons. St., sez. IV, 3 marzo 2016, n. 876).

Trust: cosa è e a cosa serve


Il trust è un istituto giuridico di origine anglosassone che ha come finalità quella di separare dal patrimonio di un soggetto alcuni beni per il perseguimento di specifici interessi a favore di determinati beneficiari o per il raggiungimento di uno scopo determinato.

L’istituto pur non essendo disciplinato in modo specifico da alcuna norma di diritto interno è considerato come “legittimo” in virtù della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985, entrata in vigore il 1 gennaio 1992.

La peculiarità dell’istituto risiede nello sdoppiamento del concetto di proprietà, tipico degli Stati “di common law”: la proprietà legale del trust, attribuita al trustee, ne rende quest’ultimo unico titolare dei relativi diritti, ma nell’interesse dei beneficiari. Il disponente (o settlor) istituisce il trust ed ottiene la separazione dalla parte di patrimonio che conferisce in trust da quella che resta nella sua sfera patrimoniale. Effettivo proprietario dei beni stessi diventa il trustee, che li amministra e ne dispone per tutto il tempo previsto nell’atto istitutivo, secondo le istruzioni ricevute.

Usualmente il trust viene istituito a protezione di patrimoni immobiliari, viene spesso impiegato per separare e proteggere il patrimonio personale da quello aziendale o per tutelare persone potenzialmente compromesse dal compimento di attività di impresa.

I trust, secondo l’interpretazione del Notariato, possono distinguersi in:

1)      trust “protettivi”, che sono istituiti da un imprenditore in bonis per prevenire azioni esecutive da parte di creditori “pericolosi”, mettendo a loro disposizione in trust alcuni beni destinati alla loro soddisfazione. Questi trust hanno funzione pre – liquidatoria e soprattutto lo scopo di rassicurare i creditori beneficiari del trust prospettando un pagamento del debito attraverso la costituzione di una prelazione atipica;

2)      i trust “di salvataggio” che sono istituiti da un imprenditore in stato di crisi reversibile e mirano a scongiurare un’istanza di fallimento o a favorire e supportare soluzioni negoziali della crisi;

3)      i trust “puramente liquidatori”, che realizzano una modalità alternativa alla liquidazione disciplinata dagli art. 2487 ss c.c., consentendo al trustee di eseguire le operazioni di liquidazione e all’impresa liquidata di cancellarsi dal registro;

4)      i trust “falsamente liquidatori” istituiti da imprenditori già decotti che hanno soltanto lo scopo di ostacolare le pretese creditorie e di procrastinare (contando sul decorso del termine annuale previsto dall’art. 10 l.f., decorrente dalla cancellazione dal registro dell’imprese) il fallimento di un’impresa già in stato di conclamata insolvenza Nondimeno, non dovrebbe ritenersi illecita “di per sé stessa” la fattispecie di un imprenditore in stato di crisi che presenta una proposta di concordato preventivo incentrata su un trust con finalità liquidatorie (in base al quale il trustee ha l’incarico di pagare i creditori dopo aver liquidato i beni) ovvero conservative (ai fini del risanamento dell’azienda) ovvero prima conservative e poi liquidatorie.

Istituire un trust è, al contempo, estremamente semplice e terribilmente complicato e richiede “di default” l’intervento di un professionista. In teoria, infatti, serve un qualunque atto scritto che denoti la finalità propria dell’istituto e contenga almeno gli elementi minimi per far sì che il trust “funzioni”. In realtà le cose sono molto più complicate di quanto possa risolvere una ricerca su Google, soprattutto quando oggetto del conferimento sono beni immobili o mobili registrati, nel qual caso è necessaria almeno l’autentica della sottoscrizione da parte del notaio, o quando sono imprese o rami di azienda, nel qual caso, a parte le formalità proprie della cessione, è sovente necessario anche stimare i beni conferiti.

Poteri repressivi della PA: rapporto con l’accertamento di conformità e condono

In tema di abusi edilizi, l’esercizio dei poteri repressivi in mancanza di abilitazione edilizia è subordinato unicamente alla verifica del difetto del prescritto titolo, non occorrendo alcuna indagine sulla sanabilità delle opere e dovendosi in particolare escludere che la presentazione dell’istanza di accertamento di conformità di cui all’art. 36 del d.P.R. n. 380 del 2001, dopo l’adozione dell’ordinanza recante l’ingiunzione a demolire, incida sulla legittimità od efficacia di quest’ultima, senza determinare la sua inefficacia, ma la temporanea sospensione dei suoi effetti sino alla pronuncia espressa o alla formazione del relativo silenzio, con la conseguenza, quindi, che alcun effetto paralizzante può riconoscersi alla presentazione dell’anzidetta istanza di accertamento di conformità, in quanto non contemplato dalla relativa disciplina di legge.

Detto altrimenti: l’efficacia dell’ingiunzione a demolire, è temporaneamente sospesa nella pendenza del procedimento deputato all’eventuale accertamento di conformità di cui all’art. 36 del d.P.R. n. 380 del 2001, è poi destinata a riespandersi, qualora il Comune riscontri negativamente tale domanda di sanatoria respingendola ovvero decorrano i termini per la formazione del silenzio-rigetto in ordine ad essa.

Con riguardo a tutto ciò la giurisprudenza è attualmente del tutto unanime (cfr. al riguardo, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. VI, 6 maggio 2014, n. 2307; Sez. VI, 9 aprile 2013, n. 1909), anche e soprattutto perché non vi è alcuna disposizione di legge, tanto meno nel testo unico n. 380 del 2001, per la quale la presentazione di una domanda di sanatoria di abusi edilizi renderebbe inefficaci o comunque irrilevanti i precedenti ordini di demolizione e gli altri atti sanzionatori eventualmente per l’innanzi già emanati.

La giustificazione di questo orientamento sta nell’evitare che l’ente locale, in caso di rigetto dell’istanza di sanatoria, sia tenuto ad adottare un nuovo provvedimento di demolizione delle opere abusive, altrimenti finendosi per riconoscere in capo al privato, destinatario del provvedimento sanzionatorio, il potere di paralizzare, attraverso un sostanziale suo annullamento, quel medesimo provvedimento .

Diversamente, soltanto per i condoni edilizi di cui alle speciali discipline contenute nell’art. 31 e ss. della l. 28 febbraio 1985, n. 47 e succ. modd., nell’art. 39 della l. 23 dicembre 1994, n. 724 e nell’art. 32 del d.l. 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, in l. 24 novembre 2003, n. 326, l’interesse a contestare i pregressi provvedimenti repressivi viene meno, in quanto il sopraggiunto provvedimento di diniego del condono medesimo comporta il dovere per il Comune di emettere una nuova ordinanza di demolizione con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi.

Ciò si giustifica in quanto – a differenza del silenzio serbato sul punto dall’anzidetto art. 36 del d.P.R. 380 del 2001 – per tali discipline speciali vige comunemente l’art. 28, comma 1, della l. 47 del 1985 che espressamente prescrive la sospensione delle sanzioni amministrative in caso di presentazione della domanda di condono, con la conseguenza che nell’ipotesi di reiezione della domanda di condono sussiste l’obbligo per il Comune di assumere al riguardo nuovi, e questa volta conclusivi, provvedimenti di repressione dell’abuso.

Appalti: Il giudice può ordinare la rivalutazione dell’offerta da parte di una nuova commissione?

Un recente caso giurisprudenziale ci offre l’occasione di chiarire se il giudice amministrativo possa o meno ordinare una diversa composizione della commissione esaminatrice senza cadere nel vizio di ultrapetizione.

Nel processo amministrativo, il “principio dispositivo” vale senz’altro per quanto attiene alla domanda giudiziale (nel senso che al Giudice è inibito giudicare “ultra petita”), nonché, parzialmente, anche per il meccanismo probatorio (che, com’è noto, è solamente in parte nella disponibilità delle parti, ben potendo essere disposte d’ufficio sia l’acquisizione di documenti, informazioni e/o chiarimenti, sia la consulenza tecnica e la verificazione), mentre non opera in relazione alle ‘specifiche modalità’ di assunzione e/o di acquisizione delle prove (o dei documentati chiarimenti volti ad assumere la consistenza di prove), nè in relazione alle ‘modalità di attuazione’ delle ‘operazioni’ strumentali alla formazione della prova.

Tali “modalità operative” sono – di regola e per lo più – disciplinate dalla legge (come nel caso della “c.t.u.”, per la quale la legge stabilisce le regole volte ad assicurare il contraddittorio e l’imparzialità; o nel caso della “prova testimoniale”, per la quale la legge stabilisce le regole di assunzione, etc.,). Ma è evidente che la concreta organizzazione di tutte le attività processuali ed operazioni che non sono espressamente (e meticolosamente) disciplinate dalla legge processuale, non può che essere devoluta e riservata alla competenza del Giudice, concretandosi in un’attività intimamente connessa alla sua funzione, e nella quale si manifesta la sua abilità ed il suo intuito nel perseguimento della ricerca della verità (e della giustizia).

Ora, ne caso che oggi si analizza, il Giudice aveva disposto, in fase istruttoria, che la Commissione di gara esplicitasse le ragioni poste a supporto della sua valutazione.

Sicchè è evidente che si è trattato, in termini tecnici, di una vera e propria richiesta istruttoria volta ad acquisire documentati chiarimenti, ai sensi dell’art.63, primo comma, del codice del processo amministrativo.

Senonchè, la Commissione di gara ha ritenuto di non fornire i ragguagli richiesti, limitandosi a confermare il provvedimento impugnato, intendendo così – con ogni probabilità – “chiarire” che la mera espressione del voto in termini di insufficienza assoluta (e cioè mediante l’uso dello “zero”) fosse di per sé indicativa e sufficientemente rappresentativa delle ragioni che avevano determinato la valutazione negativa.

A questo punto il Giudice è giunto alla conclusione, rappresentata nell’appellata sentenza, che il provvedimento impugnato fosse immotivato “in parte qua”; e nell’accogliere il ricorso ha disposto, in omaggio al “principio di conservazione degli atti amministrativi” che l’Amministrazione provvedesse ad emendare il vizio di parziale difetto di motivazione – gravante sul provvedimento impugnato – mediante un’attività valutativo-esplicativa, integrativa.

E ciò ha fatto, all’evidenza, anche in funzione acceleratoria.

Non appare revocabile in dubbio, infatti, che se avesse adottato – in alternativa a quanto ha fatto – una decisione di accoglimento in funzione puramente cassatoria del provvedimento ritenuto immotivato, corredata – come sarebbe stato corretto in un caso del genere – dalla consueta clausola volta a salvare gli ulteriori atti e provvedimenti dell’Amministrazione (doverosamente diretti alla conclusione della procedura di gara), l’effetto finale – a parte l’allungamento dei tempi – non sarebbe stato molto diverso: sarebbe stato comunque necessario procedere alla rinnovazione del segmento procedimentale viziato, e dunque alla riconvocazione della commissione.

Ed anche in quell’ipotesi sarebbe sorta la questione della corretta composizione della stessa, questione che il Giudice ha ritenuto di affrontare e di decidere – con un giudizio, per così dire, kantianamente “sintetico ed a priori” – fin da subito.

E, come appare logico, ha ritenuto che la competenza per svolgere tale attività integrativa non potesse essere devoluta ad un organo composto dalle stesse persone che – seppur già precedentemente invitate dallo stesso Organo giudiziario – avevano già deciso di non svolgerla.

D’altro canto, se il Giudice non avesse così disposto, la sentenza conclusiva del giudizio di primo grado si sarebbe risolta in un atto giudiziario meramente ripetitivo dell’ordinanza già adottata e rimasta ineseguita; e dunque in una espressione di inefficienza (e di impotenza) giudiziaria. E anche l’esito provvedimentale finale – in esecuzione della stessa – sarebbe stato prevedibilmente scontato, connotandosi come un evento inevitabilmente annunziato.

Sicchè non si vede in cosa il Giudice amministrativo abbia travalicato i suoi poteri; né la ragione per la quale la statuizione oggetto di questo scritto sarebbe da considerare viziata da ultra/petizione.

Appalti sotto soglia: Applicazioni giurisprudenziali del Principio di rotazione degli inviti e degli affidamenti

La materia di cui ci occupiamo trova un suo componimento nella condivisibile pronuncia del Consiglio di Stato, sez. V, n. 3831 del 2019.

La norma principe è comunque da individuarsi nell’art. 36 del D.Lgs. n. 50 del 2016, secondo il quale “l’affidamento e l’esecuzione di lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie di cui all’articolo 35 avvengono nel rispetto dei principi di cui agli articoli 30, comma 1, 34 e 42, nonché del rispetto del principio di rotazione degli inviti e degli affidamenti e in modo da assicurare l’effettiva possibilità di partecipazione delle microimprese, piccole e medie imprese”.

Ebbene, nella citata pronuncia del Consiglio di Stato si osserva che “il principio ivi affermato mira ad evitare il crearsi di posizioni di rendita anticoncorrenziali in capo al contraente uscente (la cui posizione di vantaggio deriva soprattutto dalle informazioni acquisite durante il precedente affidamento) e di rapporti esclusivi con determinati operatori economici, favorendo, per converso, l’apertura al mercato più ampia possibile sì da riequilibrarne (e implementarne) le dinamiche competitive”.

Conseguentemente “il principio di rotazione si riferisce propriamente non solo agli affidamenti ma anche agli inviti, orientando le stazioni appaltanti nella fase di consultazione degli operatori economici da interpellare e da invitare per presentare le offerte ed assumendo quindi nelle procedure negoziate il valore di una sorta di contropartita al carattere “fiduciario” della scelta del contraente allo scopo di evitare che il carattere discrezionale della scelta si traduca in uno strumento di favoritismo.”

Inoltre, “risultano condivisibili i rilievi mossi all’operato dell’Amministrazione comunale, nella misura in cui non ha palesato le ragioni che l’hanno indotta a derogare a tale principio: ciò in linea con i principi giurisprudenziali per cui, ove la stazione appaltante intenda comunque procedere all’invito di quest’ultimo (il gestore uscente), dovrà puntualmente motivare tale decisione, facendo in particolare riferimento al numero (eventualmente) ridotto di operatori presenti sul mercato, al grado di soddisfazione maturato a conclusione del precedente rapporto contrattuale ovvero all’oggetto e alle caratteristiche del mercato di riferimento (ex multis: Cons. Stato, Sez. V, 13 dicembre 2017, n. 5854; id., Sez. V, 3 aprile 2018, n. 2079; id., Sez. VI, 31 agosto 2017, n. 4125)”.

Multiproprietà aspetti controversi

Lo scorso 29 ottobre ha fatto notizia la presentazione di una denuncia nei confronti di diversi soggetti che si sono alternati nella gestione di una multiproprietà in Trentino Alto Adige.

In particolare, i carabinieri della Stazione di San Vigilio di Marebbe hanno denunciato per peculato ed omesse comunicazioni all’Autorità di P.s. sei persone che, a partire dal 2016 hanno gestito una multiproprietà nel comune di San Vigilio.

Gli illeciti contestati vanno dal mancato versamento della tassa di soggiorno (per circa 30.000 euro) alla mancata comunicazione delle generalità dei clienti che hanno soggiornato presso la struttura turistica (ex art. 109 TULPS).

L’episodio richiama all’attenzione della cronaca gli “spettri” legati al concetto di multiproprietà e va ad iscriversi di diritto nel “libro nero” della multiproprietà, che evidentemente si aggiorna con un nuovo capitolo: quello del mancato versamento della tassa di soggiorno.

Quanto alla multiproprietà, va ricordato (v. Filippo M. Salvo, Diritto e pratica del turismo) che con il termine “multiproprietà” si indica un contratto in base al quale l’acquirenteconsumatore acquista, dietro pagamento del prezzo, il diritto di godere in via turnaria di un bene immobile o mobile (roulotte, natanti), limitatamente a determinati periodi di tempo.

Tale diritto è normalmente: perpetuo; cedibile a terzi per atti inter vivos e mortis causa; corrispondente al diritto di proprietà, in comunione con altri; formale (è necessario stipulare un contratto in tutto e per tutto conforme al formulario fissato dal Legislatore). La natura di tale diritto è stata lungamente dibattuta. Oggi si ritiene che la multiproprietà vada ricondotta ad una specifica ipotesi di comunione (art. 1110 Cod. Civ.) o, secondo altri, ad un diritto reale “speciale” o atipico rispetto a quelli disciplinati dal Codice civile .

La disciplina del contratto di multiproprietà origina dalla la direttiva 94/47/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 ottobre 1994, che, al fine di tutelare il consumatore, prevedeva una serie di obblighi di informazione e trasparenza.

Oggi la normativa di riferimento è rappresentata dal d.lgs del 6 settembre 2005, n. 206, il Codice del consumo, per come sostituito dal d.lgs. 23 maggio 2011, n. 79, art. 2. In particolare, il novellato art. 69 del Codice del consumo dà la seguente definizione del contratto di multiproprietà: “un contratto di durata superiore a un anno tramite il quale un consumatore acquisisce a titolo oneroso il diritto di godimento su uno o più alloggi per il pernottamento per più di un periodo di occupazione”.

In quanto contratto turistico (e non di investimento) anche la multiproprietà postula il pagamento dell’imposta di soggiorno, la quale, dunque, deve essere versata all’Erario, nei tempi e nei modi di legge.

Da un punto di vista ontologico, l’imposta di soggiorno è una diretta applicazione del principio “chi inquina paga” ed è finalizzata a scongiurare le esternalità negative del turismo, in specie non stanziale. L’imposta in questione è uno  dei  pochi  strumenti  di  autonomia  impositiva  rimasto  alle amministrazioni comunali ed è stata introdotta con d.lgs. n. 23 del 14 marzo 2011.

In linea di principio detta imposta dovrebbe essere finalizzata ad attività di restauro e manutenzione dei beni culturali siti nel territorio comunale, anche se, su tale “vincolo di destinazione” è recentemente intervenuto il Consiglio di Stato (sez. V), che, con sentenza 23 novembre 2018, n. 6644, affermando il principio per cui l’imposta è dedicata alle municipalità ed è connessa con il settore dei servizi pubblici locali (art. 112 e ss. d.lgs. 267/2000 – Testo Unico degli Enti Locali). L’imposta è dunque finalizzata a “promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali” (art. 112 cit.), non necessariamente in modo perfettamente aderente a finalità turistiche, ma anche più generali, purché locali.

Venendo al caso di cronaca, l’imposta in questione deve essere incassata dal gestore o dal proprietario, per poi essere versata al Comune, in mancanza di che può configurarsi la fattispecie p. e p. dall’art. 314 del codice penale (peculato).

Anche in ipotesi che possono apparire marginali o quantomeno “non professionali” nella gestione dell’immobile a fini turistici, dunque, va pienamente rispettata la normativa in materia di tassa di soggiorno. Il rischio è che si attivino meccanismi derivanti dallo scarso raccordo tra la normativa fiscale (eventualmente penale) e quella dell’affitto a fini turistici.