Professori universitari: incarichi vietati e danno erariale

Un recente arresto della Corte dei Conti ha contribuito a fare chiarezza in ordine a vari profili controversi relativi alla legittimità degli incarichi che possono essere conferiti ai professori universitari.

La sentenza in esame si è preoccupata di specificare come per i professori universitari a tempo pieno, il distinguo logico-concettuale tra attività consulenziali consentite e attività libero-professionali vietate, va individuato facendo riferimento ad un criterio della reiterazione e continuità temporale delle formali consulenze, e a due indici sintomatici, di per sé non probanti in modo assoluto, ovvero l’entità degli introiti (superiori alla retribuzione annua da professore) e l’apertura di partita IVA.

Qualora concorrano il criterio base e uno dei due indici sintomatici, l’attività, pur formalmente qualificata come consulenziale, configura una attività libro-professionale vietata e non autorizzabile.

A fronte dell’espletamento da parte di professori universitari a tempo pieno di attività libero-professionali vietate dalla legge Gelmini, oltre al danno erariale previsto dall’art.53, co.7, d.lgs. n.165 del 2001, si configura un ulteriore danno per le maggiorazioni stipendiali percepite quale professore a tempo pieno rispetto a quelle spettanti al professore a tempo definito.

Inoltre, in caso di espletamento di attività extra-lavorative remunerate e non autorizzate dal datore da parte di un pubblico dipendente, l’obbligo di riversare alla propria amministrazione gli importi percepiti in base all’art.53, co.7 e 7 bis, d.lgs. 30 marzo 2001 n. 165, impone un calcolo al netto e non al lordo delle somme da versare, essendoci già stato un prelievo fiscale a favore della P.A. al momento della erogazione e della dichiarazione dei redditi.

Infine sotto il profilo dell’applicazione intertemporale il giudice contabile ha sentenziato che in caso di espletamento di attività extra-lavorative remunerate e non autorizzate dal datore di lavoro da parte di un pubblico dipendente, qualora costui rifiuti di riversare alla propria amministrazione, in base all’art. 53, co.7 e 7-bis, d.lgs. 30 marzo 2001 n. 165, gli importi percepiti, la giurisdizione spetta sempre alla Corte dei Conti anche per gli introiti anteriori alla introduzione del comma 7-bis nell’art.53 cit. ad opera della legge n. 190 del 2012, essendo norma ricognitiva del pregresso indirizzo giurisprudenziale favorevole alla giurisdizione contabile.

Vicinitas e interesse ad agire nei ricorsi avverso strumenti urbanistici

Recentemente i Giudici del Consiglio di Stato sono ritornati sul concetto di vicinitas relativamente ai ricorsi in materia di edilizia urbanistica.

Più nel dettaglio la cd vicinitas, ossia lo stabile collegamento con la zona interessata dall’intervento, può certamente ritenersi fondamento della legittimazione ad agire purché sia accompagnata anche dalla presenza di una lesione concreta ed attuale della posizione soggettiva di chi impugna il provvedimento.

In altri termini, lo stabile collegamento con l’area interessata dall’intervento edilizio non è sufficiente a comprovare anche l’interesse a ricorrere che è invece derivante da un concreto pregiudizio per l’interessato.

La giurisprudenza ha più volte evidenziato come sia necessario per il ricorrente fornire la prova che l’intervento costruttivo contestato abbia capacità di propagarsi sino a incidere negativamente sul fondo del ricorrente, pena l’inammissibilità del ricorso per difetto di interesse.

Occorre quindi la positiva dimostrazione di un danno (certo o altamente probabile) che attingerebbe la posizione di colui il quale insorge giudizialmente.

Tale dimostrazione tra l’altro varia a seconda che la controversia sia relativa all’impugnazione di un titolo edilizio, alla localizzazione di un’opera pubblica o ad uno strumento urbanistico.

In quest’ultima ipotesi l’impugnazione degli strumenti urbanistici, generali e attuativi, è ammissibile nel caso in cui la parte ricorrente si dolga di prescrizioni che riguardano direttamente i beni di proprietà ovvero comportino un significativo decremento del valore di mercato o dell’utilità dei suoi immobili.

 È di tutta evidenza come tali pregiudizi non possono risolversi nel generico danno all’ordinato assetto del territorio, alla salubrità dell’ambiente e ad altri valori la cui fruizione potrebbe essere rivendicata da qualsiasi soggetto residente, anche non stabilmente, nella zona interessata dalla pianificazione.

Polizia di Stato: Il tatuaggio visibile anche se in fase di rimozione legittima l’esclusione dal concorso

Una recente sentenza del Consiglio di Stato è tornata ad occuparsi della relazione fra tatuaggi ed esclusione dal concorso per l’ammissione nella polizia di Stato.

 Il tatuaggio in questione  non  deturpante né indice di personalità abnorme, era visibile con l’uniforme (contrastando quindi con l’art. 3, comma 2, tabella 1, punto 2, lett. b del d.m. n. 198 del 2003).

Tuttavia la peculiarità del caso di specie è da rinvenirsi nella circostanza che il suddetto tatuaggio fosse in fase di rimozione al momento della visita, tanto che il verbale della commissione medica – che ha efficacia fidefacente –  ne aveva identificato con precisione forma e dimensione.

Ciò posto, secondo i giudici amministrativi non può opporsi che la commissione avrebbe dovuto posticipare l’accertamento sulla visibilità del tatuaggio ad una fase successiva (all’esito della procedura di rimozione laser) perché, per costante giurisprudenza ed in applicazione del principio di imparzialità e quindi di parità di trattamento tra i candidati, ai fini del possesso dei requisiti di partecipazione rileva la data di scadenza del termine di presentazione della domanda: la circostanza per cui, nel caso dei requisiti psicofisici, tale termine sia di fatto posticipato al momento della visita medica, non consente in ogni caso di attribuire rilevanza a fatti sopravvenuti, soprattutto se successivi al momento della visita, né può ragionevolmente esigersi che la fase di accertamento medico debba essere sospesa in attesa del completamento del procedimento di rimozione.

L’esclusione è dunque da considerarsi legittima.

Stabilimenti balneari: Si alla riduzione del canone demaniale a causa dell’erosione della costa

In una recente sentenza i giudici amministrativi hanno ritenuta legittima la richiesta di un concessionario di un tratto di demanio marittmo di riduzione del  canone pagato in quanto la superficie demaniale, ossia  la spiaggia, era diminuita di superficie a causa dell’erosione marina.

In primis il GA ha ritenuto non applicabile al caso di specie l’art. 1, comma 251, lett. c), n. 1), della legge n. 296/2006, il quale consente la riduzione del canone, nella misura del 50 per cento, “in presenza di eventi dannosi di eccezionale gravità che comportino una minore utilizzazione dei beni oggetto della concessione, previo accertamento da parte delle competenti autorità marittime di zona”.

Ciò in quanto nel processo è emerso che “il fenomeno erosivo riscontrato nel tratto di litorale, ove è dislocato lo stabilimento in esame, non è da ricondursi con l’episodico verificarsi di mareggiate invernali, ma è da inquadrarsi in una mutazione delle correnti marine avvenute, maggiormente, negli ultimi anni (dal 2016 al 2018), che hanno generato continue mareggiate imponenti e provocato una forte erosione per il tratto di arenile dato in concessione.

Ciò ha determinato un insistente arretramento della linea di costa per tutto il tratto di battigia ove insiste lo stabilimento di cui trattasi…”.

Ciò posto però l’amministrazione avrebbe comunque dovuto tener conto della riduzione della superficie ai fini della quantificazione del canone alla stessa dovuto.

Va in proposito richiamato l’art. 45 cod. nav., secondo cui: “Quando, per cause naturali, i beni del demanio marittimo concessi subiscono modificazioni tali da restringere l’utilizzazione della concessione, il concessionario ha diritto ad una adeguata riduzione del canone”.

Per tali motivi la il TAR ha ritenuto corretta l’applicazione alla specie dell’art. 45, cod. nav. sopra menzionato, e di conseguenza ha ordinato una riduzione del canone in misura proporzionale alla minore superficie in concreto accertata.