Vicinitas e interesse ad agire nei ricorsi avverso strumenti urbanistici

Recentemente i Giudici del Consiglio di Stato sono ritornati sul concetto di vicinitas relativamente ai ricorsi in materia di edilizia urbanistica.

Più nel dettaglio la cd vicinitas, ossia lo stabile collegamento con la zona interessata dall’intervento, può certamente ritenersi fondamento della legittimazione ad agire purché sia accompagnata anche dalla presenza di una lesione concreta ed attuale della posizione soggettiva di chi impugna il provvedimento.

In altri termini, lo stabile collegamento con l’area interessata dall’intervento edilizio non è sufficiente a comprovare anche l’interesse a ricorrere che è invece derivante da un concreto pregiudizio per l’interessato.

La giurisprudenza ha più volte evidenziato come sia necessario per il ricorrente fornire la prova che l’intervento costruttivo contestato abbia capacità di propagarsi sino a incidere negativamente sul fondo del ricorrente, pena l’inammissibilità del ricorso per difetto di interesse.

Occorre quindi la positiva dimostrazione di un danno (certo o altamente probabile) che attingerebbe la posizione di colui il quale insorge giudizialmente.

Tale dimostrazione tra l’altro varia a seconda che la controversia sia relativa all’impugnazione di un titolo edilizio, alla localizzazione di un’opera pubblica o ad uno strumento urbanistico.

In quest’ultima ipotesi l’impugnazione degli strumenti urbanistici, generali e attuativi, è ammissibile nel caso in cui la parte ricorrente si dolga di prescrizioni che riguardano direttamente i beni di proprietà ovvero comportino un significativo decremento del valore di mercato o dell’utilità dei suoi immobili.

 È di tutta evidenza come tali pregiudizi non possono risolversi nel generico danno all’ordinato assetto del territorio, alla salubrità dell’ambiente e ad altri valori la cui fruizione potrebbe essere rivendicata da qualsiasi soggetto residente, anche non stabilmente, nella zona interessata dalla pianificazione.

Piano regolatore e tutela del paesaggio

In una recente sentenza il Consglio di Stato è tornato sul delicato problema del rapporto fra rapporto tra vincoli imposti ai sensi della normativa nazionale (nel caso di specie, la l. n. 1089 del 1939) e vincoli urbanistici, ribadendo la possibilità attraverso questi ultimi di rafforzare e coordinare la tutela del territorio attraverso misure di edificabilità del suolo.

 In estrema sintesi i giudici amministrativi hanno confermato il principio correttamente posto a base di pronunce risalenti del Consiglio di Stato secondo cui le modifiche allo strumento urbanistico introdotte d’ufficio dall’Amministrazione regionale, ai fini specifici della tutela del paesaggio e dell’ambiente, non comportano la necessità per il Comune interessato di riavviare il procedimento di approvazione dello strumento, con conseguente ripubblicazione dello stesso, inserendosi tali modifiche – in conformità a quanto stabilito dall’art. 10, comma 2, lett. c), l. n. 1150 del 1942 – nell’ambito di un unico procedimento di formazione progressiva del disegno relativo alla programmazione generale del territorio.

È di tutta evidenza come la conclusione alla quale  si è pervenuti risponde all’evoluzione del concetto di urbanistica verso la più ampia nozione di “governo del territorio” introdotta con la riforma del Titolo V della Costituzione, anche con l’obiettivo di consentire attraverso gli strumenti di pianificazione rimessi alla competenza degli Enti territoriali una sintesi delle tutele attribuite allo Stato e delle esigenze di miglioramento della qualità del territorio.

La funzione di tutela e la funzione di valorizzazione appaiono, infatti, appaiono autonome, ancorché complementari. Il “governo del territorio”, infatti, è nozione più ampia dell’“urbanistica” e risponde anche all’esigenza propulsiva di miglioramento della vivibilità del suolo (si pensi alla tutela dei centri storici e, più settorialmente ma in maniera egualmente incisiva, a tutte le disposizioni di legge speciale che hanno valorizzato il potere di limitare in senso qualitativo gli insediamenti, anche commerciali, per migliorare il “decoro” e la vivibilità delle città).

Serre solari e condominio

Come si è evidenziato in un precedente articolo http://studiolegaletorchiaroma.it/2019/06/05/le-serre-bioclimatiche-nel-lazio-ed-a-roma-aspetti-pubblicistici/ , da un punto di vista autorizzatorio le serre possono essere installate con relativa facilità su tutto il territorio comunale.

Macosa succede da un punto di vista civilistico, una volta che si è deciso di intraprendere la via del risparmio energetico? daquesto punto di vista potrebbero verificarsi difficoltà, qualora la realizzazione della serra (ad uso esclusivo del condomino, ovviamente, collocata solo sul terrazzo o sul balcone di proprietà di questi), sia ritenuta contrastare con l’interesse del condominio.Andando per gradi, si dirà che la  Cassazione, con ordinanza 22 giugno 2016, n. 12917 (IV sez. civ.), ha affermato il principio per cui la realizzazione di una serra ad uso esclusivo del condomino proprietario rappresenta una “innovazione” civilmente rilevante, ex art. 1120 Cod. civ..In quanto tale, anche se debitamente autorizzata a livello amministrativo/urbanistico, la serra potrebbe ritenersi illecita a livello civilistico, se essa incide sulla statica dell’edificio condominiale o sul decoro (concetto ben più effimero) dell’edificio.Per quanto riguarda le innovazioni individuali, la norma di riferimento è rappresentata dall’art. 1102 Cod. civ., in base al quale ciascun condomino che intende realizzarle a proprie spese una innovazione può farlo purché tali innovazioni non alterino la destinazione della cosa comune e non impediscano agli altri condomini di farne parimenti uso secondo il rispettivo diritto. In questo contesto, poi, l’art. 1120, ultimo comma, Cod. civ., vieta le innovazioni che possano recare pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza dei fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti comuni dell’edificio inservibili all’uso o al godimento anche di un solo condomino. Tale divieto, secondo il Tribunale di Milano, “ha portata generale e si applica anche alle innovazioni che il singolo condomino può apportare alla cosa comune ai sensi dell’art. 1102 c.c.: la norma è stata ubicata dal Legislatore nelle maglie dell’art. 1120 c.c. proprio per rimarcare il fatto che il divieto ivi contenuto costituisce limite invalicabile anche alla maggioranza dei condomini” (Trib. Milano, 21 febbraio 2017, n. 2175).Aggiunge il Tribunale che “per realizzare innovazioni, sia pur nei limiti di cui agli artt. 1102 e 1120 c.c., il condomino non ha necessità di chiedere l’autorizzazione dell’assemblea, salve eventuali limitazioni contenute dei regolamenti condominiali di natura contrattuale cui i condomini si siano vincolati in sede di costituzione del condominio o di acquisto del bene in condominio, rientrando il potere di realizzazione di innovazione nell’orbita di un diritto soggettivo spettante al singolo condomino sia pure nei limiti previsti dalla legge”.Inoltre, chiude il Tribunale, se il condomino singolo non ha bisogno di alcuna autorizzazione, il condominio o gli altri condomini devono “dimostrare in concreto l’esistenza di un elemento ostativo rientrante tra quelli menzionati nell’ultimo comma dell’art. 1120 c.c. o nell’art. 1102 c.c. pena, in mancanza, la declaratoria di nullità della delibera assembleare che ne abbia rigettato la fattibilità”.

Poteri repressivi della PA: rapporto con l’accertamento di conformità e condono

In tema di abusi edilizi, l’esercizio dei poteri repressivi in mancanza di abilitazione edilizia è subordinato unicamente alla verifica del difetto del prescritto titolo, non occorrendo alcuna indagine sulla sanabilità delle opere e dovendosi in particolare escludere che la presentazione dell’istanza di accertamento di conformità di cui all’art. 36 del d.P.R. n. 380 del 2001, dopo l’adozione dell’ordinanza recante l’ingiunzione a demolire, incida sulla legittimità od efficacia di quest’ultima, senza determinare la sua inefficacia, ma la temporanea sospensione dei suoi effetti sino alla pronuncia espressa o alla formazione del relativo silenzio, con la conseguenza, quindi, che alcun effetto paralizzante può riconoscersi alla presentazione dell’anzidetta istanza di accertamento di conformità, in quanto non contemplato dalla relativa disciplina di legge.

Detto altrimenti: l’efficacia dell’ingiunzione a demolire, è temporaneamente sospesa nella pendenza del procedimento deputato all’eventuale accertamento di conformità di cui all’art. 36 del d.P.R. n. 380 del 2001, è poi destinata a riespandersi, qualora il Comune riscontri negativamente tale domanda di sanatoria respingendola ovvero decorrano i termini per la formazione del silenzio-rigetto in ordine ad essa.

Con riguardo a tutto ciò la giurisprudenza è attualmente del tutto unanime (cfr. al riguardo, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. VI, 6 maggio 2014, n. 2307; Sez. VI, 9 aprile 2013, n. 1909), anche e soprattutto perché non vi è alcuna disposizione di legge, tanto meno nel testo unico n. 380 del 2001, per la quale la presentazione di una domanda di sanatoria di abusi edilizi renderebbe inefficaci o comunque irrilevanti i precedenti ordini di demolizione e gli altri atti sanzionatori eventualmente per l’innanzi già emanati.

La giustificazione di questo orientamento sta nell’evitare che l’ente locale, in caso di rigetto dell’istanza di sanatoria, sia tenuto ad adottare un nuovo provvedimento di demolizione delle opere abusive, altrimenti finendosi per riconoscere in capo al privato, destinatario del provvedimento sanzionatorio, il potere di paralizzare, attraverso un sostanziale suo annullamento, quel medesimo provvedimento .

Diversamente, soltanto per i condoni edilizi di cui alle speciali discipline contenute nell’art. 31 e ss. della l. 28 febbraio 1985, n. 47 e succ. modd., nell’art. 39 della l. 23 dicembre 1994, n. 724 e nell’art. 32 del d.l. 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, in l. 24 novembre 2003, n. 326, l’interesse a contestare i pregressi provvedimenti repressivi viene meno, in quanto il sopraggiunto provvedimento di diniego del condono medesimo comporta il dovere per il Comune di emettere una nuova ordinanza di demolizione con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi.

Ciò si giustifica in quanto – a differenza del silenzio serbato sul punto dall’anzidetto art. 36 del d.P.R. 380 del 2001 – per tali discipline speciali vige comunemente l’art. 28, comma 1, della l. 47 del 1985 che espressamente prescrive la sospensione delle sanzioni amministrative in caso di presentazione della domanda di condono, con la conseguenza che nell’ipotesi di reiezione della domanda di condono sussiste l’obbligo per il Comune di assumere al riguardo nuovi, e questa volta conclusivi, provvedimenti di repressione dell’abuso.

Il Controinteressato negli Abusi Edilizi

Una recente pronuncia del Consiglio di Stato fornisce l’occasione per ritornare su di un tema di sicuro interesse: quello delle caratteristiche tipiche del soggetto contro interessato nelle vicende avente a oggetto abusi edilizi.

Si sta evidentemente facendo riferimento a quel soggetto che, a fronte di una violazione delle norme edilizie da parte di un altro soggetto, può prima stimolare i controlli della PA e poi, eventualmente, partecipare al relativo giudizio.

In generale il tendenziale diniego del riconoscimento della qualità di controinteressato ai proprietari confinanti dell’area nella quale è stato realizzato un manufatto abusivo del quale è stata ordinata la demolizione dall’Autorità competente, va, come rilevato in plurime occasioni dal Consiglio di Stato, temperato nell’ipotesi in cui ci si trovi di fronte non già a un “generico vicino di casa”, ma a un soggetto il cui diritto di proprietà risulta direttamente leso da un’opera edilizia abusiva e conseguentemente è direttamente avvantaggiato dall’ordine di demolizione, vantando un interesse qualificato a difendere la propria posizione giuridica di titolare di un diritto di proprietà su parti comuni.

Ad ogni modo per vantaggio deve comunque intendersi anche l’eliminazione di un pregiudizio che spesso è stato ritenuto dalla giurisprudenza sussistere in re ipsa “in quanto consegue necessariamente dalla maggiore antropizzazione (traffico, rumore), dalla minore qualità panoramica, ambientale, paesaggistica e dalla possibile diminuzione di valore dell’immobile” ( cfr. da ultimo e per tutte Cons. Stat. Sez IV, 22.09.2014 n. 4764 ed i richiami giurisprudenziali ivi operati).

I giudici amministrativi hanno poi elaborato, accanto al concetto di vicinitas geografica, anche quello di vicinitas commerciale.

In questo caso, il concetto di vicinitassi specifica identificandosi nella nozione di stesso bacino d’utenza della concorrente, tale potendo essere ritenuto anche con un raggio di decine di chilometri”.

Immobili Abusivi e acquisizione gratuita al patrimonio comunale

Cosa accade qualora non si ottemperi all’ordine di demolizione impartito dall’autorità amministrativa al privato cittadino autore di un abuso edilizio?

L’art. 31 D.P.R. n. 380/2001 prevede, quale conseguenza della mancata ottemperanza all’ordine di demolizione, una automatica fattispecie acquisitiva al patrimonio del comune dell’opera abusiva e della relativa area di sedime.

Così, infatti, recita l’art. 31 commi 3 e 4 del citato D.P.R.:

3. Se il responsabile dell’abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall’ingiunzione, il bene e l’area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune. L’area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita.

4. L’accertamento dell’inottemperanza alla ingiunzione a demolire, nel termine di cui al comma 3, previa notifica all’interessato, costituisce titolo per l’immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, che deve essere eseguita gratuitamente.

 Il perfezionamento di tale fattispecie acquisitiva – che opera “di diritto” e, quindi, ope legis – è, dunque, procedimentalizzato e, nello specifico, risulta subordinato all’apertura di una parentesi accertativa dell’eventuale spontanea ottemperanza all’ordine di demolizione da parte dell’ingiunto, i cui esiti devono, a quest’ultimo, essere comunicati.

 Tale parentesi accertativa, ove negativa, legittima il comune, per un verso, a concretizzare ed attualizzare la fattispecie ipso iure acquisitiva al patrimonio pubblico dell’area di sedime degli abusi edilizi (commi 3 e 4) e, per l’altro, a comminare la sanzione amministrativa pecuniaria di importo compreso tra 2.000 euro e 20.000 euro (commi 4 bis e 4 ter) (cfr. TAR Campania, Salerno, sez. II, 11.06.2019, n. 975).

È importante sottolineare che “l’accertamento dell’inottemperanza alla ingiunzione a demolire” di cui al sopra trascritto comma 4 dell’art. 31 deve, necessariamente, avvenire mediante l’adozione di un atto avente valore provvedimentale, tale non potendosi ritenere il mero verbale “di accertamento” redatto dalla Polizia Municipale (cfr. T.A.R. Campania, Salerno, sez. II, 27.05.2019, n. 851).

Infatti l’acquisizione di siffatti terreni al patrimonio pubblico è finalizzata a soddisfare la primaria esigenza di ripristino dell’ordine urbanistico-edilizio violato (“L’opera acquisita è demolita […] salvo che […]”, così recita il comma 5 dell’art. 31 D.P.R. n. 380/2001).

Rebus sic stantibus, ogni qual volta il proprietario cui è stata rivolta l’ingiunzione, ovvero il responsabile dell’abuso abbiano provveduto, sia pure in epoca successiva alla scadenza del termine di cui al comma 3 dell’art. 31 D.P.R. n. 380/2001, alla demolizione, con integrale ripristino dello stato dei luoghi, la fattispecie acquisitiva di cui ai commi 3 e 4 del citato art. 31 non è procedibile, attesa la sopraggiunta restitutio in integrum dell’ordine urbanistico-edilizio violato.

Terzo condono: opere sanabili

La questione dell’ammissibilità del cd. “terzo condono edilizio” in area vincolata attiene in primo luogo all’esegesi dell’art. 32, comma 26, del D.L. 30 settembre 2003, n. 269, conv. in legge 24 novembre 2003, n. 326: “26. Sono suscettibili di sanatoria edilizia le tipologie di illecito di cui all’allegato 1: a) numeri da 1 a 3, nell’ambito dell’intero territorio nazionale, fermo restando quanto previsto alla lettera e) del comma 27 del presente articolo, nonché 4, 5 e 6 nell’ambito degli immobili soggetti a vincolo di cui all’articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47; b) numeri 4, 5 e 6, nelle aree non soggette ai vincoli di cui all’articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, in attuazione di legge regionale, da emanarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con la quale è determinata la possibilità, le condizioni e le modalità per l’ammissibilità a sanatoria di tali tipologie di abuso edilizio”. Detto comma va letto in combinato disposto con le previsioni dell’Allegato 1 che individua e descrive in maniera analitica le varie tipologie di opere suddividendole in sei tipologie.

Ebbene il Tar del Lazio, con la recente sentenza 17 aprile 2018, n. 4220, ha ulteriormente ribadito che va confermato l’orientamento giurisprudenziale dominante, secondo il quale l’art. 32, comma 26, lettera a), della legge n. 326 del 2003, ha distinto le tipologie di illecito di cui all’allegato 1, numeri da 1 a 3 (opere realizzate in assenza o in difformità dal titolo abilitativo, interventi di ristrutturazione edilizia in assenza o in difformità dal titolo edilizio), per le quali è possibile la sanatoria in tutto il territorio nazionale,  mentre nelle aree sottoposte a vincolo ha ammesso la sanatoria solo per le “le tipologie di illecito di cui all’allegato 1 numeri 4, 5 e 6”, opere di restauro e risanamento conservativo (tipologia 4 e 5), opere di manutenzione straordinaria, opere o modalità di esecuzione non valutabili in termini di superficie o di volume (tipologia 6).

Pertanto, il condono edilizio di opere abusivamente realizzate in aree sottoposte a specifici vincoli è applicabile esclusivamente agli interventi di minore rilevanza indicati ai numeri 4, 5 e 6 dell’allegato 1 della legge n. 326 del 2003 (restauro, risanamento conservativo e manutenzione straordinaria) e previo parere favorevole dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo, mentre non sono in alcun modo suscettibili di sanatoria le opere abusive di cui ai numeri 1, 2 e 3 del medesimo allegato, anche se l’area è sottoposta a vincolo di inedificabilità relativa e gli interventi risultano conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici (Consiglio di Stato, 7/7/2019 7/9 sez. VI, 2 agosto 2016 n. 3487; Consiglio di Stato Sez. IV, 16 agosto 2017, n. 4007).

Non possono invece essere sanate quelle opere che hanno comportato la realizzazione di nuove superfici e nuova volumetria in zona assoggettata a vincolo paesaggistico, sia esso di natura relativa o assoluta, o comunque di inedificabilità, anche relativa (Consiglio di Stato, sez. VI, 2 maggio 2016 n. 1664; 17 marzo 2016 n. 1898, Consiglio di Stato, sez. IV, 21 febbraio 2017, n. 813; Consiglio di Stato Sez. IV, 27 aprile 2017, n. 1935).

Questa impostazione è stata invero recepita anche dalla giurisprudenza penale, la quale afferma che il condono edilizio del 2003 è applicabile esclusivamente agli interventi di minore rilevanza indicati ai numeri 4, 5 e 6 dell’allegato 1 del citato D.L. (restauro, risanamento conservativo e manutenzione straordinaria) e previo parere favorevole dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo, mentre non sono in alcun modo suscettibili di sanatoria le opere abusive di cui ai precedenti numeri 1, 2 e 3 del medesimo allegato, anche se l’area è sottoposta a vincolo di inedificabilità relativa e gli interventi risultano conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici (Cass. pen., sez. III, 20 maggio 2016 n. 40676).

Pertinenze Urbanistiche. Cosa sono e loro regime giuridico

Prendendo spunto da una recente sentenza del Consiglio di Stato questo articolo vuole chiarire quando e in relazione a quali opere possa essere utilizzata o meno la qualificazione di pertinenza urbanistica.

Definire infatti una costruzione in tal modo comporta, come è noto, conseguenze di non poco momento: le pertinenze urbanistiche infatti  non implicando una durevole trasformazione del territorio e, in ultima conseguenza, un aumento del carico urbanistico,  non sono soggette al rilascio del titolo edilizio o del nulla osta paesaggistico ove previsto.

Ebbene per la costante giurisprudenza, la qualifica di pertinenza urbanistica è applicabile soltanto ad opere di modesta entità ed accessorie rispetto ad un’opera principale, quali i piccoli manufatti per il contenimento di impianti tecnologici et similia, ma non anche opere che, dal punto di vista delle dimensioni e della funzione, si connotino per una propria autonomia rispetto all’opera cosiddetta principale e non siano coessenziali alla stessa, tali, cioè, che non ne risulti possibile alcuna diversa utilizzazione economica.

Nell’ordinamento statale, infatti, vi è il principio generale per il quale occorre il rilascio della concessione edilizia (o del titolo avente efficacia equivalente), quando si tratti di un “manufatto edilizio” e, a tali fini, manca la natura pertinenziale quando sia realizzato un nuovo manufatto su un’area diversa ed ulteriore rispetto a quella già occupata dal precedente edificio, ovvero sia realizzata una qualsiasi opera, come una tettoia, che ne alteri la sagoma.

 Analizzando poi un caso particolare il Consiglio di Stato ha affermato che le caratteristiche e le dimensioni delle tettoie e coperture per parcheggi-posti auto impediscono di considerarle come mere pergotende eliminabili in ogni momento e come opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità (cfr. art. 6, lett. e-bis D.P.R. n. 380/2001).

Repressione degli abusi edilizi: quando la Regione può sostituirsi al Comune?

Una recente sentenza del Consiglio di Stato pone l’accento sulla interessante vicenda dei presupposti dei poteri sostitutivi regionali a fronte dell’inerzia del Comune nella repressione degli abusi edilizi.

Nel caso oggetto dello scrutinio dei giudici amministrativi la Regione era intervenuta a fronte dell’inerzia Comunale rispetto ad un abuso, non originario, ma scaturente dall’annullamento di un permesso di costruire originariamente valido.

Ebbene in tali casi l’utilizzo del potere sostitutivo regionale non è stato ritenuto legittimo “infatti alla luce di una lettura costituzionalmente orientata della norma statale e di quella regionale, non appare suscettibile di applicazione analogica, siccome circoscritta all’inerzia dei Comuni nella repressione di abusi edilizi inquadrabili nella fattispecie ex art. 31 del D.P.R. n. 380/2001.

La funzione sostitutiva della Regione, in quanto di stretta interpretazione, si applica, quindi, soltanto al perimetro dell’art. 31, ossia ai soli casi di abusività originaria, sanzionando l’omesso esercizio a parte del Comune dei poteri di vigilanza e controllo ex art. 27, D.P.R. n. 380/2001, mentre non appare estensibile all’ambito di operatività di una norma distinta per presupposti applicativi ed effetti giuridici, come l’art. 38 D.P.R. 380/2001.”

Il mutamento di destinazione d’uso abusivo in edifici di culto

La terza sezione della Cassazione,con sentenza 30 agosto 2019, n. 36689 ha affermato il principio per cui la destinazione d’uso, intesa come la connotazione  di un bene immobile data dal titolo edilizio, risponde a precisi scopi di interesse pubblico di pianificazionee o di attuazione della pianificazione.

In un tale contesto, la destinazione d’uso va tenuta distinta dalla concreta utilizzazione che il proprietario o il conduttore dell’immobile facciano di questo. Anzi, le modifiche non espressamente consentite alla destinazione d’uso di un immobile rappresentano un illecito, perché incidono negativamente sul complessivo assetto del territorio.

Orbene, costituisce “mutamento di destinazione d’uso urbanisticamente rilevante” (ed illecito) ogni forma non autorizzata di trasformazione stabile e non meramente occasionale di un immobile, preordinata a soddisfare esigenze non precarie o eccezionali di una data collettività o della collettività in generale.

Il mutamento di destinazione d’uso può essere posto in essere mediante la realizzazione di opere o può presentarsi nelal forma “funzionale”, vale a dire può non essere accompagnato dalla realizzazione di opere edilizie.

Rileva, ancora, la Suprema Corte che il  mutamento di destinazione d’uso rilevante è quello tra categorie “non omogenee” di funzioni (ad es.: da abitativo a commerciale, da industriale a locale utilizzato per scopi di servizio, da opificio artigianale “invasivo” ad opificio artigianale “non invasivo” ecc.), posto che, tranne che nel caso del centro storico, il mutamento tra categorie omogenee non rileva in ordine di “carico urbanistico”.

Fermo quanto sopra, il locale destinato a luogo di culto (che normalmente può essere realizzato o “recuperato” a tale finalità in ogni zona territoriale omogenea) deve essere utilizzato in modo pienamente conforme alla sua funzione urbanistica.

Il discorso vale, ovviamente, anche “al contrario”.

Nel caso deciso dalla Suprema Corte, ad esempio, non è stato ritenuto lecito l’uso che l’imputato aveva impresso ad un locale di sua proprietà peraltro, mediante la realizzazione di opere edilizie interne, mutandone la funzione da “magazzino” (C2, come categoria catastale) a “luogo di culto”, funzionale allo svolgimento della ritualità mussulmana ed in grado di accogliere fino a 400 persone per lo svolgimento delle preghiere.