Stabilimenti balneari: Si alla riduzione del canone demaniale a causa dell’erosione della costa

In una recente sentenza i giudici amministrativi hanno ritenuta legittima la richiesta di un concessionario di un tratto di demanio marittmo di riduzione del  canone pagato in quanto la superficie demaniale, ossia  la spiaggia, era diminuita di superficie a causa dell’erosione marina.

In primis il GA ha ritenuto non applicabile al caso di specie l’art. 1, comma 251, lett. c), n. 1), della legge n. 296/2006, il quale consente la riduzione del canone, nella misura del 50 per cento, “in presenza di eventi dannosi di eccezionale gravità che comportino una minore utilizzazione dei beni oggetto della concessione, previo accertamento da parte delle competenti autorità marittime di zona”.

Ciò in quanto nel processo è emerso che “il fenomeno erosivo riscontrato nel tratto di litorale, ove è dislocato lo stabilimento in esame, non è da ricondursi con l’episodico verificarsi di mareggiate invernali, ma è da inquadrarsi in una mutazione delle correnti marine avvenute, maggiormente, negli ultimi anni (dal 2016 al 2018), che hanno generato continue mareggiate imponenti e provocato una forte erosione per il tratto di arenile dato in concessione.

Ciò ha determinato un insistente arretramento della linea di costa per tutto il tratto di battigia ove insiste lo stabilimento di cui trattasi…”.

Ciò posto però l’amministrazione avrebbe comunque dovuto tener conto della riduzione della superficie ai fini della quantificazione del canone alla stessa dovuto.

Va in proposito richiamato l’art. 45 cod. nav., secondo cui: “Quando, per cause naturali, i beni del demanio marittimo concessi subiscono modificazioni tali da restringere l’utilizzazione della concessione, il concessionario ha diritto ad una adeguata riduzione del canone”.

Per tali motivi la il TAR ha ritenuto corretta l’applicazione alla specie dell’art. 45, cod. nav. sopra menzionato, e di conseguenza ha ordinato una riduzione del canone in misura proporzionale alla minore superficie in concreto accertata.

La risposta del Consiglio di Stato alla proroga delle concessioni demaniali marittime fino al 2033

 Il Consiglio di Stato ha sancito in via generale l’illegittimità di una normativa sulle proroghe ex lege della scadenza di concessioni demaniali, perché equivalenti a un rinnovo automatico di per sé ostativo a una procedura selettiva.

Inoltre, già decisioni precedenti della CGUE avevano affermato l’illegittimità di leggi regionali contemplanti, a talune condizioni, la proroga automatica delle concessioni del demanio marittimo al già titolare, evidenziando che proroga e rinnovo automatico, determinando una disparità di trattamento tra operatori economici mediante preclusioni o ostacoli alla gestione dei beni demaniali oggetto di concessione, violano in generale i principi del diritto comunitario su libertà di stabilimento e tutela della concorrenza.

Come è noto però il comma 683 della legge 30 dicembre 2018 n. 145 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021) ha previsto la proroga legislativa automatica delle concessioni in essere fino al 2033.

Tale norma rievoca chiaramente disposizioni nazionali già dichiarate in contrasto con l’ordinamento eurounitario dalla Corte di Giustizia nel 2016.

Quid Juris?

Fermo restando il principio di supremazia sul diritto nazionale del diritto eurounitario –  il rispetto del quale costituisce un obbligo per lo Stato in tutte le sue declinazioni anche per l’apparato amministrativo e per i suoi funzionari – resta da stabilire da quale patologia sia affetto l’eventuale atto emanato in base alla norma interna contrastante con quella europea.

Al momento la tesi prevalente in giurisprudenza è quella che individua tale vizio nella semplice annullabilità dell’atto e non nella nullità dello stesso.

Per effetto di tale prevalente orientamento, quindi, la violazione del diritto eurounitario implica solo un vizio di illegittimità non diverso da quello che discende dal contrasto dell’atto amministrativo con il diritto interno, sussistendo di conseguenza l’onere di impugnare il provvedimento contrastante con il diritto europeo dinanzi al giudice amministrativo entro il termine di decadenza, pena l’inoppugnabilità del provvedimento medesimo.

La proroga fino al 2033 della concessioni quindi potrà essere annullata, ma in essenza di una tempestiva impugnazione consoliderà i suoi effetti nell’ordinamento giuridico italiano.

Concessioni demaniali: è costituzionalmente legittimo l’indennizzo per il gestore uscente?

Recentemente è stata rimessa al giudizio della Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell’art. 54 della legge regionale del Veneto 4 novembre 2002, n. 33, nella parte in cui (commi da 2 a 5) prevede che il rilascio delle concessioni demaniali marittime in esito a procedura comparativa sia subordinato alla corresponsione, a carico dell’aggiudicatario, di un indennizzo in favore del gestore uscente, e stabilisce criteri e modalità di determinazione del predetto indennizzo, per violazione dell’articolo 117, secondo comma, lett. e) (tutela della concorrenza) e lett. l) (ordinamento civile), Cost.

I Giudici amministrativi hanno ritenuto sussistenti i requisiti di legge (art. 23 della l. n. 87/1953) per promuovere l’incidente di costituzionalità e precisamente – oltre al parametro costituzionale in tesi violato – la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata da parte ricorrente.

Quanto alla non manifesta infondatezza, si è osservato anzitutto che l’art. 54 della l. Reg. Veneto n. 33/2002, nel prevedere la corresponsione, da parte dell’aggiudicatario della concessione demaniale, di un indennizzo in favore del gestore uscente, non sembra rispettoso della competenza esclusiva statale in materia di tutela della concorrenza prevista dell’art. 117, secondo comma, lett. e), Cost..

 In particolare, la disciplina regionale contrasta con il principio – dettato dall’art. 16, comma 4, del d.lgs. n. 59/2010 – a sua volta recante la trasposizione nel diritto interno della direttiva n. 2006/123/CE – secondo cui, ove il numero di titoli autorizzatori disponibili per una determinata attività di servizi sia limitato, il titolo è rilasciato per una durata limitata, non può essere rinnovato automaticamente e – ciò che qui rileva – non possono essere accordati vantaggi al prestatore uscente.

Detto principio non consente di escludere in assoluto che, allo spirare della concessione, possa riconoscersi entro certi limiti una tutela agli investimenti realizzati dal concessionario, soprattutto se effettuati durante un’epoca in cui egli poteva confidare sulla stabilità del titolo concessorio, in forza del cd. diritto di insistenza o delle proroghe ope legis.

Tuttavia tali limiti vengono superati dalla previsione, ad opera dell’art. 54 cit., dell’attribuzione al gestore uscente di un indennizzo pari al novanta per cento di una grandezza dai contorni incerti ed indeterminati, quale il “valore aziendale dell’impresa insistente sull’area oggetto della concessione” indicato dal comma 3 del ridetto art. 54. Di questa grandezza, infatti, la legge regionale non fornisce alcuna definizione, né i criteri per la sua quantificazione.

Il Legislatore regionale dà vita, in questo modo,ad avviso dei giudici remittenti, ad un’eccessiva barriera a discapito dei nuovi entranti nel settore economico di interesse, avendo, il coacervo dei beni cui si riferisce l’indennizzo da pagare, confini incerti, suscettibili di comprendere sia beni già in proprietà del gestore uscente, sia beni (immobili) che in linea di principio dovrebbero risultare automaticamente acquisiti al demanio per accessione. In ogni caso, l’art. 54 cit. contrasta con l’esigenza di garantire la parità di trattamento e l’uniformità delle condizioni di mercato sull’intero territorio nazionale: esigenza che – si ritiene – può essere assicurata solo dal Legislatore statale, nell’esercizio della potestà esclusiva ex art. 117, secondo comma, lett. e), Cost..

Non resta quindi che attendere il responso della Corte Costituzionale.

Rapporto fra revoca e poteri del Commissario straordinario nella vicenda dell’annullamento degli atti di gara per il servizio di balneazione sulle spiagge libere del litorale di Roma Capitale

Una recente sentenza del Consiglio di Stato (n.2129/2019) ha statuito la legittimità dell’annullamento d’ufficio degli atti di procedura di gara per l’affidamento dei servizi connessi alla balneazione sulle spiagge libere del litorale di Roma Capitale.

La nota vicenda si inserisce nel contesto amministrativo del Municipio Roma X di Roma Capitale, i cui organi di governo sono stati sciolti per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso con d.P.R. del 27 agosto 2015, ai sensi degli artt. 143 e 146 del d.lgs. n. 267 del 2000.

Con lo stesso d.P.R. è stata nominata la Commissione straordinaria per la gestione della struttura territoriale per la durata di diciotto mesi; questa è stata prorogata per altri sei mesi con D.P.R. del 30 dicembre 2016.

L’Organo Straordinario ha quindi emanato l’atto di revoca oggetto di impugnazione.

Di assoluto interesse appare dal punto di vista dogmatico l’analisi condotta dai giudici intorno alle norme applicate ossia l’art. 145 TUEL e l’art. 21 nonies L. proc.

Infatti uno dei motivi di ricorso verteva proprio sulla illegittimità del provvedimento di revoca per il mancato rispetto del termine di 18 mesi decorrente dall’adozione del provvedimento attributivo di vantaggi economici.

Ebbene l’Avvocatura Capitolina aveva sostenuto – tesi fatta propria anche dalla sentenza di primo grado – la qualificazione del temine de quo come  mero indice ermeneutico ai fini dello scrutinio dell’osservanza, nel caso concreto, della regola del termine ragionevole, di modo che questo potrebbe essere derogato in situazioni eccezionali adeguatamente valutate dalla p.a..

Si tratta di un’impostazione che prende le mosse da una non condivisibile lettura di alcune decisioni che effettivamente hanno ravvisato nella novella del 2015 (anche) una funzione ermeneutica, ma soltanto riguardo a provvedimenti di annullamento d’ufficio cui la disposizione novellata non era applicabile ratione temporis .

Orbene, l’attuale versione dell’art. 21-nonies della legge n. 241 del 1990 ha conservato il limite previgente della ragionevolezza del termine, da valutare in considerazione delle peculiarità del caso concreto, in particolare quanto alla posizione del destinatario del provvedimento ed al suo ragionevole affidamento, ma ha riconfigurato il potere di autotutela secondo canoni di legalità più stringenti rispetto ai provvedimenti attributivi di utilità giuridiche od economiche, fissando altresì il detto termine massimo.

A tale interpretazione conduce sia la lettera del comma 1 (secondo cui trattasi di termine “comunque non superiore a diciotto mesi …”) sia dal contenuto del comma 2-bis (secondo il quale le eccezioni sono soltanto quelle ivi previste).

Si è quindi in presenza di un limite temporale assoluto, il cui superamento preclude definitivamente l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio dei provvedimenti di autorizzazione o di attribuzione di vantaggi economici, precludendo altresì qualsivoglia apprezzamento in merito alla ragionevolezza della relativa tempistica.

Ciò posto al caso di specie deve tuttavia applicarsi art. 145 (Gestione straordinaria), comma 4, del T.U.E.L., per il quale “Nei casi in cui lo scioglimento è disposto anche con riferimento a situazioni di infiltrazione o di condizionamento di tipo mafioso, connesse all’aggiudicazione di appalti di opere o di lavori pubblici o di pubbliche forniture, ovvero l’affidamento in concessione di servizi pubblici locali, la commissione straordinaria di cui al comma 1 dell’articolo 144 procede alle necessarie verifiche con i poteri del collegio degli ispettori di cui all’articolo 14 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203. A conclusione degli accertamenti, la commissione straordinaria adotta tutti i provvedimenti ritenuti necessari e può disporre d’autorità la revoca delle deliberazioni già adottate, in qualunque momento e fase della procedura contrattuale, o la rescissione del contratto già concluso.”.

La disposizione attribuisce alla commissione straordinaria poteri extra ordinem, in quanto le consente l’adozione, senza limiti temporali, di provvedimenti amministrativi dal contenuto non rigorosamente definito.

Sono tuttavia individuati con sufficiente determinazione i presupposti giuridici e di fatto per l’esercizio di tali eccezionali poteri.

L’esercizio dei poteri in esame presuppone infatti l’adozione del provvedimento di scioglimento degli organi elettivi dell’ente locale, con riferimento a situazioni di infiltrazione o di condizionamento di tipo mafioso “connesse all’aggiudicazione di appalti di opere o di lavori pubblici o di pubbliche forniture ovvero all’affidamento in concessione di pubblici servizi locali”; presuppone altresì la nomina della commissione straordinaria per la gestione dell’ente ed il conferimento delle relative attribuzioni, contenuto necessario del decreto di scioglimento ai sensi dell’art. 144 T.U.E.L..

L’art. 145, comma 4, T.U.E.L., a sua volta, riconosce alla commissione di nomina governativa -mediante rinvio all’art. 14 del d.-l. n. 152 del 1991- eccezionali poteri ispettivi, finalizzati al raggiungimento dello scopo istituzionale dell’intera gestione straordinaria dell’ente locale (o della sua articolazione territoriale), vale a dire -per quanto qui rileva- il ripristino della legalità nello specifico settore di intervento degli appalti pubblici e della gestione di pubblici servizi.

La finalità in discorso va perseguita avvalendosi di strumenti di tipo amministrativo, normativamente individuati nella “adozione di tutti i provvedimenti ritenuti necessari”; nella “revoca delle deliberazioni già adottate in qualunque momento e fase della procedura contrattuale”; nella “rescissione del contratto già concluso”.

Si tratta, come evincibile dalla ricostruzione che precede, di disposizione speciale che prescinde da qualsivoglia riferimento ai tradizionali strumenti di esercizio del potere di autotutela decisoria, in primo luogo a quelli disciplinati in via generale dagli artt. 21-quinquies, 21-sexies e 21-nonies della legge n. 241 del 1990.

Ne consegue che “il potere “extra ordinem” affidato alla commissione straordinaria non si atteggia come mero riesame della legittimità formale o dell’opportunità dei provvedimenti amministrativi, ma rappresenta momento autonomo di ricostituzione di un tessuto amministrativo, che può portare anche ad avere effetti ablatori su atti amministrativi consolidati nel tempo con sacrificio di situazioni giuridiche soggettive ad essi collegate, ma che trova la sua giustificazione, ed al tempo stesso il suo parametro di legittimità, nella necessità di chiudere radicalmente qualsiasi via che consenta l’infiltrazione della criminalità organizzata.

Giova aggiungere che la compatibilità del potere in esame con il principio di legalità è assicurata dalla su evidenziata specificazione dei presupposti giuridici e fattuali per l’esercizio dell’autotutela.

Libero Accesso dei Cani alle spiagge

Una recente sentenza dei Giudici amministrativi ha stabilito che deve ritenersi illegittima per eccesso di potere sub specie di difetto di motivazione, nonché della violazione del principio di proporzionalità, l’ordinanza con la quale il dirigente di un Comune ha vietato di condurre e far permanere sulle spiagge qualsiasi tipo d’animale, anche sorvegliato e munito di regolare museruola e guinzaglio, tutti i giorni, per la durata dell’intera stagione balneare.

Va a tal proposito evidenziato che il principio di proporzionalità impone alla pubblica amministrazione di optare, tra più possibili scelte ugualmente idonee al raggiungimento del pubblico interesse, per quella meno gravosa per i destinatari incisi dal provvedimento, onde evitare agli stessi ‘inutili’ sacrifici.

La scelta di vietare l’ingresso agli animali sulle spiagge destinate alla libera balneazione, risulta irragionevole ed illogica, oltre che irrazionale e sproporzionata, anche alla luce delle viste indicazioni regionali che attribuiscono ai comuni il potere di individuare, in sede di predisposizione del PUA, tratti di arenile da destinare all’accoglienza degli animali da compagnia.

In particolare come ha avuto modo di precisare la giurisprudenza in vicende del tutto similari, l’amministrazione avrebbe dovuto valutare la possibilità di perseguire le finalità pubbliche del decoro, dell’igiene e della sicurezza mediante regole alternative al divieto assoluto di frequentazione delle spiagge, ad esempio valutando se limitare l’accesso in determinati orari, o individuare aree adibite anche all’accesso degli animali, con l’individuazione delle aree viceversa interdette al loro accesso .

Alla stregua di tali coordinate ermeneutiche deve quindi ritenersi che il divieto – che non vale in assoluto per i gestori degli stabilimenti balneari a pagamento, che a loro discrezione …abbiano creato delle apposite zone di accesso per gli animali – non sia sufficientemente controbilanciato da tale eventualità, non solo per la circostanza di creare una ingiustificata sperequazione tra cittadini ma anche in quanto affidato, come detto, alla mera facoltà del singolo concessionario.

Stabilimenti Balneari: istanza per la realizzazione di un chiosco rimasta senza risposta. Che fare?

Il caso che riportiamo oggi riguarda l’ipotesi, realmente accaduta,  di un concessionario che abbia avanzato una istanza per la realizzazione di un chiosco nel perimetro del bene demaniale concesso (spiaggia) senza mai ottenere una risposta.

In tale evenienza ci troviamo di fronte ad un silenzio inadempimento da parte della PA, ossia un contegno inerte ingiustificato da parte dalla pubblica amministrazione che è obbligata dalla legge a fornire una risposta, finanche negativa, alle istanze dei cittadini.

I privati dinnanzi a tale comportamento illegittimo possono ricorrere al Giudice amministrativo instaurando il ricorso previsto agli artt. 31 e 117 del codice del processo amministrativo (il cd ricorso avverso il silenzio amministrativo).

Il giudice infatti può ordinare alla amministrazione di provvedere in ordine alla richiesta del privato, provvedimento che però può anche essere di tipo negativo venendo qui in rilievo il diritto del cittadino ad avere una risposta e non una risposta positiva.

Ad ogni modo in caso di risposta negativa dell’amministrazione il privato avrà un provvedimento che, ricorrendone i presupposti, potrà essere impugnato con i metodi ordinari.

Per richiedere che il GA si pronunci sul silenzio della amministrazione il privato deve dimostrare di avere un interesse attuale a concreto ad ottenere il provvedimento richiesto (il cd interesse ad agire).

Ebbene nel caso che stiamo esaminando il giudice di primo grado aveva ritenuto non sussistente l’interesse ad agire del concessionario che aveva chiesto il permesso per l’istallazione di un chiosco  poiché la stagione balneare era ormai giunta al termine e che quindi l’interesse all’ottenimento dell’autorizzazione non poteva più considerarsi né attuale né concreto.

Il ricorso era stato quindi dichiarato improcedibile.

Tuttavia tale statuizione è stata ribaltata in secondo grado dove si è affermato che la prima sentenza non aveva tenuto conto che la situazione descritta dal ricorrente si era già verificata l’anno precedente.

E che, visti i tempi tecnici necessari per ottenere l’invocata autorizzazione – previa proposizione dell’azione giudiziaria avverso l’inerzia o il silenzio (azione necessaria, in considerazione della condotta inerte e/o dilatoria assunta dal Comune) – una identica situazione di patologico stallo ben avrebbe potuto (e potrebbe) riproporsi ogni anno, con conseguente “impossibilità strutturale” di ottenere, in tempo utile, il provvedimento richiesto.

E’ evidente che in tale situazione – costituente un vero e proprio “circolo vizioso” – la c.d. “attualità” dell’interesse ad ottenere una pronunzia giurisdizionale che sancisca (pur se “ora per allora”) l’obbligo dell’Amministrazione di provvedere, permane e non viene meno (ma si cristallizza); e ciò in quanto una pronunzia di tal genere ben può assumere (e viene in concreto ad assumere) una funzione conformativa atta ad impedire che il ritardo amministrativo si ripeta periodicamente (con sistematica e permanente costanza) e divenga patologicamente cronico, nella intollerabile assenza di alcuna efficace risposta da parte dell’Ordinamento.

D’altra parte non può essere negato che ogni azione giudiziaria è (e continua ad essere) attuale fino a quando perdura il pregiudizio avverso cui si oppone.

La PA è stata quindi condannata a rispondere al concessionario.

 

Concessioni demaniali: Riparto di giurisdizione

Il primo problema che si presenta di solito innanzi ai concessionari di beni demaniali (tra i quali posizione di rilievo occupano senz’altro i cd balneari) è quello di individuare il giudice innanzi alla quale fare valere le proprie pretese.

Più nel dettaglio non è semplice discernere quali siano le controversie oggetto della giurisdizione del giudice amministrativo e quali invece debbano essere portate all’attenzione del giudice ordinario.

Tale  discrimen  risulta difficilmente individuabile anche a seguito di ondivaghe posizioni giurisprudenziali che nel tempo hanno abbracciato diverse soluzioni.

Tuttavia ultimamente la Cassazione a Sezioni Unite ha effettuato una ricognizione della tematica di cui si tratta.

Ebbene si è affermato che appartengono al giudice ordinario le controversie in materia di pagamento di indennità e canoni relativi a beni demaniali solamente quando le stesse abbiano un contenuto meramente patrimoniale. E cioè solamente quando le ridette controversie “non coinvolgano la verifica dell’azione autoritativa della p.a. sul rapporto concessorio sottostante”.

In altre parole il Go sarà competente a decidere in merito alle controversie in materie di concessioni amministrative con contenuto meramente patrimoniale e meramente esecutivo del contratto di concessione. Qualora invece la controversia abbia ad oggetto la verifica dell’azione autoritativa della PA sull’intera economia del rapporto concessorio la medesima è attratta nella sfera di competenza del giudice amministrativo quale soggetto a cui la Costituzione della Repubblica demanda il controllo dell’esercizio del potere da parte della Pubblica Amministrazione.

La tabella di seguito riportata tenta di schematizzare quanto appena affermato

Giudice Civile Esecuzione del contratto di concessione, estensione territoriale e durata della concessione, quantificazione del canone, etc..
Giudice Amministrativo Metodologia generale di quantificazione del canone, parametri generali per il calcolo del canone, selezione del concessionario, mancata concessione della proroga..

 

 

Esercizio di uno stabilimento balneare: è possibile tramite una SCIA?

Una volta ottenuta la concessione del bene demaniale (spiaggia) è possibile iniziare le attività proprie dello stabilimento balneare tramite la presentazione di una semplice SCIA?

La giurisprudenza ha risposto in maniera negativa a tale quesito.

Per il Consiglio di Stato infatti è legittimo il provvedimento col quale il dirigente di un Comune ha disposto il divieto di prosecuzione dell’attività di uno stabilimento balneare, esercitata solo sulla base di una segnalazione certificata di inizio attività, atteso che per l’esercizio dell’attività di stabilimento balneare non è sufficiente la segnalazione certificata di inizio di attività ai sensi dell’art. 19 della legge n. 241 del 1990, essendo quest’ultima disposizione non espressamente applicabile ai casi in cui – come nella specie – è necessaria la valutazioni di interessi sensibili (quali l’ambiente, il paesaggio o la sicurezza pubblica) .

MA ALLORA QUALI  PROVVEDIMENTI OCCORRE OTTENERE?

  1. a) il nulla osta della Soprintendenza, trattandosi di opere ricadenti in zona soggetta vincolo paesaggistico gravante ai sensi dell’art. 142 del Codice dei beni culturali e del paesaggio;
  2. b) il rilascio dell’autorizzazione di pubblica sicurezza ai sensi dell’art. 80 r.d. 18 giugno 1931, n. 773 (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), la quale suppone la verifica della solidità e della sicurezza degli edifici e l’esistenza di uscite pienamente adatte allo sgombero .

né può sostenersi che  i profili paesaggistici sarebbero già stati valutati dall’autorità demaniale all’atto del rilascio del titolo per finalità turistico ricreative, atteso che:

  1. a) la competenza ad esprimere la valutazione di compatibilità delle opere funzionali all’esercizio dello stabilimento balneare con il regime proprio del vincolo paesaggistico cui è astretto l’uso del bene demaniale non spetta all’autorità demaniale ma, in quanto espressione specifica della funzione pubblica di tutela paesaggistica, alla competente Amministrazione per i beni culturali e il paesaggio;
  2. b) l’autorità demaniale non potrebbe, in ogni caso, svolgere ex ante una valutazione di compatibilità paesaggistica degli interventi in carenza di concreti elaborati progettuali che descrivano dettagliatamente le opere strumentali all’esercizio dello stabilimento balneare (che non hanno una conformazione identica in ogni fattispecie concreta).

 

Per quanto possa trattarsi di opere amovibili a carattere stagionale, nondimeno l’autorità competente a pronunciarsi sulla loro compatibilità con il vincolo paesaggistico gravante sul sito (pacificamente sussistente, trattandosi della fascia costiera astretta al regime dei beni paesaggistici ex lege ai sensi dell’art. 142 del Codice dei beni culturali e del paesaggio) non può che essere la competente Soprintendenza; la quale, come osservato dal giudice di prime cure, nel caso in esame non risulta essere mai stata coinvolta nel procedimento funzionale alla formazione del titolo per l’esercizio dello stabilimento balneare di che trattasi.

Inoltre si sottolinea come il rilascio dell’autorizzazione di pubblica sicurezza ai sensi dell’art. 80 r.d. 18 giugno 1931, n. 773 (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) suppone la verifica della solidità e della sicurezza degli edifici e l’esistenza di uscite pienamente adatte allo sgombero, di tal che appare evidente come detto titolo autorizzatorio non possa essere surrogato a mezzo di SCIA (tanto vero che anche la materia della pubblica sicurezza è espressamente esclusa dal perimetro applicativo della disposizione normativa dianzi richiamata).

SI può quindi affermare che il concessionario che voglia intraprendere l’attività di stabilimento balneare non può giovarsi della procedura semplificata prevista all’art. 19 della legge n. 241 del 1990, posto che la disposizione non è espressamente applicabile ai casi in cui – come nella specie – è necessaria la valutazioni di interessi sensibili (quali l’ambiente, il paesaggio o la sicurezza pubblica) in ordine ai quali è richiesto un particolare schema procedimentale.