Quando un Tweet può costar caro..

Un recente caso affrontato dallo Studio Legale riporta alla luce la necessità di tenere una condotta moderata anche quando ci si raffronta sui ccdd social network onde evitare spiacevoli sorprese in chiave di condanna la risarcimento del danno..

Ebbene nel caso di specie un concorrente a un reality show si è rivolto allo studio per ottenere una tutela legale asserendo di aver subito nel corso della trasmissione una serie di insulti via Twitter da parte di un giornalista di un noto quotidiano nazionale.

Si è quindi adito il giudice civile al fine di ottenere il giusto risarcimento per il danno alla reputazione e all’onore causato dalla diffusione degli insulti in rete.

La Corte capitolina ha condannato il convenuto al risarcimento del danno statuendo che “le affermazioni oggettivamente offensive e la palese denigrazione dell’attore, si risolvono in un giudizio personale, offensivo e denigratorio del soggetto, suscettibile di fornire un immagine distorta, al di fuori di alcuna dinamica critica, socialmente utile o eticamente accettabile.

L’esercizio del diritto di critica è previsto e tutelato dall’art. 21 della Costituzione.

La giurisprudenza ha indicato, con un indirizzo ormai consolidato i limiti dell’esercizio del diritto al fine di coordinare la tutela del soggetto destinatari dei commenti all’esigenza di tutela del pensiero: verità oggettiva o putativa dei fatti riferiti; rilevanza sociale o politica della vicenda; commento che deve essere obiettivo sereno e non travalicare i limiti espressivi civili”.

I Tweet ingiuriosi sono stati riconosciuti come non coperti da un legittimo esercizio del diritto di critica (o di cronaca) e l’autore è stato condannato al risarcimento del danno oltre che alla refusione delle spese legali sostenute.

Facile dire “un caffè al volo”….

Il passeggero che, durante il volo, incorra accidentalmente e non per sua colpa esclusiva o concorrente in un danno fortuito (nella fattispecie, ustioni causate da un caffè bollente) deve essere risarcito.

Questo il principio affermato dalla Corte Ue, con la sentenza 19 dicembre 2019, C-532/18. Per i giudici comunitari, secondo la Convenzione di Montreal “la nozione d’incidente ricomprende tutte le situazioni che si producono a bordo di un aeromobile nelle quali un oggetto impiegato per il servizio ai passeggeri abbia prodotto lesioni personali ad un passeggero, senza che occorra acclarare se tali situazioni risultino da un rischio inerente al trasporto aereo”.

L’attrice ha chiesto il risarcimento dei danni subiti perché, durante un volo, il caffè del padre, appoggiato sul tavolino pieghevole, le si era rovesciato addosso per cause rimaste ignote.

La compagnia aerea ha la configurabilità di un “incidente” rilevante per la Convenzione di Montreal; l’attrice non ha provato che il caffè si era rovesciato a causa di un difetto del tavolino ( non per le normali e prevedibili vibrazioni dell’aereo). Ma, per la Corte di Giustizia, un “incidente” è qualunque evento involontario dannoso imprevisto e la Convenzione di Montreal ha instaurato un regime di responsabilità oggettiva delle compagnie aeree, ammesse ad escludere o a limitare la propria responsabilità dimostrando che il danno sia stato causato dal fatto del passeggero o unicamente da terzi.

Nel caso di specie, dunque, non era più di tanto rilevante il fatto che il caffè si fosse rovesciato a causa del tavolino difettoso o a causa di uno scuotimento derivante dall’attraversamento di una perturbazione.

In conclusione, la semplice mancata dimostrazione del fatto che l’evento dannoso fosse addebitabile (in tutto o in parte) a fatto proprio dell’attrice o a fatto esclusivo di terzo ha determinato la riconducibilità dell’evento al perimetro della responsabilità oggettiva della compagnia aerea.

Risarcimento del danno da reato del dipendente pubblico

Con sentenza 16 maggio 2019, n. 13246, le Sezioni Unite della Cassazione hanno reso importanti considerazioni in merito al rapporto tra fatto penalmente illecito del pubblico dipendente e risarcimento del danno cagionato al privato.

Lo spunto che ha originato la sentenza era il comportamento ascrivibile a peculato, posto in essere da un cancelliere che si era appropriato di una somma di danaro spettante a terzi, in evidente e cosciente violazione dei suoi doveri di ufficio.

La sentenza in questione è interessante perché analizza le due diverse correnti di pensiero giurisprudenziale afferenti al caso in questione. Secondo il filone “classico”, affinché ricorra la responsabilità della P.A. per un fatto lesivo posto in  essere dal proprio dipendente deve sussistere, oltre al nesso di causalità, anche la riferibilità all’Amministrazione del comportamento stesso. Secondo questa tesi, per potersi chiamare l’amministrazione a rispondere del fatto penalmente illecito del dipendente, l’attività posta in  essere da questi deve manifestarsi come esplicazione dell’attività dell’ente pubblico (magari esercitata con abuso di potere, ma sempre indirizzata al conseguimento dei fini istituzionali di questo nell’ambito delle attribuzioni dell’ufficio o del servizio cui il dipendente è addetto). Tale riferibilità viene meno, invece, quando il dipendente agisca per un fine strettamente personale, del tutto estraneo o perfino contrario agli scopi della p.a. alla quale fa capo. Anche la giustizia amministrativa propende per tale tesi, osservandosi come essa ritiene interrotta l’imputazione giuridica dell’attività posta in  essere da  un organo della pubblica amministrazione nei  casi in  cui  siano posti in essere fatti di reato (Cons. Stato, Sez. 6, 14/11/2014, n. 5600) o comunque allorché il soggetto agente, legato alla P.A. da  un rapporto di immedesimazione organica, abbia posto in essere il provvedimento amministrativo, frutto del reato contro la P.A., nell’ambito di  un  disegno criminoso e quindi perseguendo un interesse personale del tutto avulso dalle finalità istituzionali dell’Ente (TAR Sicilia-Catania 25/07/2013, n. 2166.

Secondo altro filone interpretativo, più recente e meno consolidato, è possibile riconoscere la responsabilità dell’ente pubblico anche nei casi in cui il fatto illecito origini da un apparente adempimento delle funzioni pubbliche che si sostanzi in un “non imprevedibile od eterogeneo sviluppo di  un  non corretto esercizio di tali funzioni”; il tutto, in applicazione del criterio previsto dall’art. 2049 cod. civ..

La risposta della Suprema Corte rappresenta la sintesi tra le due tesi. Secondo la Cassazione, se l’illecito è riferito direttamente all’Ente, questi ne risponderà altrettanto direttamente, in  forza del generale principio dell’art. 2043 cod. civ.. Tuttavia, accanto a questa ipotesi nulla vieta di configurare la responsabilità civile “indiretta” (e solidale) dell’Ente, per fatto del proprio dipendente o funzionario, in  forza dei principi discendenti dall’art. 2049 cod. civ., prescindendosi da  ogni colpa del datore di lavoro pubblico. In definitiva, lo Stato o l’ente pubblico risponderanno del fatto illecito del proprio funzionario o dipendente ogni qual volta questo non si  sarebbe verificato senza l’esercizio delle funzioni o delle attribuzioni o dei poteri pubblicistici, a  prescindere dal fine soggettivo dell’agente, purchè sussista tale correlazione di “oggettiva non improbabilità” dello sviamento dalle normali regole di azione.

Per concludere, secondo la Suprema Corte “lo Stato o l’ente pubblico risponde civilmente del danno cagionato a terzi dal fatto penalmente illecito del dipendente anche quando questi abbia approfittato delle sue attribuzioni ed agito per finalità esclusivamente personali od  egoistiche ed estranee a quelle dell’amministrazione di appartenenza, purché la sua condotta sia legata da  un  nesso di occasionalità necessaria con le funzioni o poteri che il dipendente esercita o di cui è titolare, nel senso che la condotta illecita dannosa – e, quale sua conseguenza, il danno ingiusto a terzi -non  sarebbe stata possibile, in applicazione del principio di causalità adeguata ed  in  base ad  un  giudizio controfattuale riferito al tempo della condotta, senza l’esercizio di quelle funzioni o poteri che, per quanto deviato o  abusivo od illecito, non ne integri uno sviluppo oggettivamente anomalo”.