Associazione Mafiosa e scioglimento del consiglio comunale: presupposti

L’art. 143 del T.U.E.L., al comma 1 (nel testo novellato dall’art. 2, comma 30, della l. n. 94 del 2009), richiede che gli elementi capaci di evidenziare la sussistenza di un rapporto tra l’organizzazione mafiosa e gli amministratori dell’ente considerato infiltrato devono essere «concreti, univoci e rilevanti» ed assumere una valenza tale da determinare «un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati».

Gli elementi sintomatici del condizionamento criminale devono, quindi, caratterizzarsi per concretezza ed essere, anzitutto, assistiti da un obiettivo e documentato accertamento nella loro realtà storica; per univocità, intesa quale loro chiara direzione agli scopi che la misura di rigore è intesa a prevenire; per rilevanza, che si caratterizza per l’idoneità all’effetto di compromettere il regolare svolgimento delle funzioni dell’ente locale (Cons. St., sez. III, 19 febbraio 2019, n. 1165).

Il Consiglio di Stato, anche nella sua più recente giurisprudenza (v., ex plurimis, Cons. St., sez. III, 18 luglio 2019, n. 5077, Cons. St., sez. III, 17 giugno 2019, n. 4026), ha osservato che il condizionamento può rilevare come fattore funzionale, allorquando le cosche incidono sulla gestione amministrativa dell’ente, ricevendone sicuri vantaggi, e solo una valutazione complessiva, contestualizzata anche sul piano territoriale, può condurre ad un appropriato esame della delibera di scioglimento, quale tutela avanzata approntata dall’ordinamento giuridico, in virtù di una valutazione degli elementi, posti a base della delibera, che costituisca bilanciata sintesi e mai mera sommatoria dei singoli elementi stessi.

Ciò detto per completezza occorre evidenziare come gli stessi giudici amministrativi sottolineino come occorra evitare « che la eventuale “debolezza” degli elementi soggettivi e la eventuale “debolezza” di quelli oggettivi, nella ricostruzione dell’interprete, si “stampellino” reciprocamente, con il risultato di produrre un quadro dove la suggestione del disegno complessivo oscuri e nasconda il difetto di elementi concreti, ovvero la loro (incerta) rilevanza ed univocità» (Cons. St., sez. IV, 3 marzo 2016, n. 876).

 In definitiva il nesso di interdipendenza che deve esistere tra gli elementi soggettivi – i collegamenti diretti o indiretti degli amministratori locali con le associazioni mafiose – e quelli oggettivi, tra i quali figura anche, ma non solo, il regolare funzionamento dei servizi affidati alla pubblica amministrazione, va valutato, complessivamente e non atomisticamente, secondo una logica probabilistica, tipica del diritto della prevenzione (Cons. St., sez. III, 30 gennaio 2019, n. 758, Cons. St., sez. III, 5 settembre 2019, n. 6105), alla quale sicuramente anche lo scioglimento di cui all’art. 143, comma 1, del T.U.E.L., per sua stessa finalità anticipatoria, appartiene, e non già secondo il criterio della certezza raggiunta oltre ogni ragionevole dubbio, propria dell’accertamento penale, perché la stessa giurisprudenza amministrativa ben avverte che «operazioni ermeneutiche del tipo indicato possono porre all’amministrazione, a maggior ragione nel caso di piccole comunità, che per dimensione, coesione interna e eventuale chiusura o limitata apertura verso l’esterno, offrono elementi di difficile reperimento e, ove raccolti, di incerta o difficile decifrazione», con «un costante e concreto aggancio ad elementi rilevanti ed univoci che, pur non assurgendo al rango di prova, contribuiscono ad indicare un percorso di ragionevolezza valutativa e di proporzionalità ed adeguatezza della misura adottata» (Cons. St., sez. IV, 3 marzo 2016, n. 876).

Multiproprietà aspetti controversi

Lo scorso 29 ottobre ha fatto notizia la presentazione di una denuncia nei confronti di diversi soggetti che si sono alternati nella gestione di una multiproprietà in Trentino Alto Adige.

In particolare, i carabinieri della Stazione di San Vigilio di Marebbe hanno denunciato per peculato ed omesse comunicazioni all’Autorità di P.s. sei persone che, a partire dal 2016 hanno gestito una multiproprietà nel comune di San Vigilio.

Gli illeciti contestati vanno dal mancato versamento della tassa di soggiorno (per circa 30.000 euro) alla mancata comunicazione delle generalità dei clienti che hanno soggiornato presso la struttura turistica (ex art. 109 TULPS).

L’episodio richiama all’attenzione della cronaca gli “spettri” legati al concetto di multiproprietà e va ad iscriversi di diritto nel “libro nero” della multiproprietà, che evidentemente si aggiorna con un nuovo capitolo: quello del mancato versamento della tassa di soggiorno.

Quanto alla multiproprietà, va ricordato (v. Filippo M. Salvo, Diritto e pratica del turismo) che con il termine “multiproprietà” si indica un contratto in base al quale l’acquirenteconsumatore acquista, dietro pagamento del prezzo, il diritto di godere in via turnaria di un bene immobile o mobile (roulotte, natanti), limitatamente a determinati periodi di tempo.

Tale diritto è normalmente: perpetuo; cedibile a terzi per atti inter vivos e mortis causa; corrispondente al diritto di proprietà, in comunione con altri; formale (è necessario stipulare un contratto in tutto e per tutto conforme al formulario fissato dal Legislatore). La natura di tale diritto è stata lungamente dibattuta. Oggi si ritiene che la multiproprietà vada ricondotta ad una specifica ipotesi di comunione (art. 1110 Cod. Civ.) o, secondo altri, ad un diritto reale “speciale” o atipico rispetto a quelli disciplinati dal Codice civile .

La disciplina del contratto di multiproprietà origina dalla la direttiva 94/47/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 ottobre 1994, che, al fine di tutelare il consumatore, prevedeva una serie di obblighi di informazione e trasparenza.

Oggi la normativa di riferimento è rappresentata dal d.lgs del 6 settembre 2005, n. 206, il Codice del consumo, per come sostituito dal d.lgs. 23 maggio 2011, n. 79, art. 2. In particolare, il novellato art. 69 del Codice del consumo dà la seguente definizione del contratto di multiproprietà: “un contratto di durata superiore a un anno tramite il quale un consumatore acquisisce a titolo oneroso il diritto di godimento su uno o più alloggi per il pernottamento per più di un periodo di occupazione”.

In quanto contratto turistico (e non di investimento) anche la multiproprietà postula il pagamento dell’imposta di soggiorno, la quale, dunque, deve essere versata all’Erario, nei tempi e nei modi di legge.

Da un punto di vista ontologico, l’imposta di soggiorno è una diretta applicazione del principio “chi inquina paga” ed è finalizzata a scongiurare le esternalità negative del turismo, in specie non stanziale. L’imposta in questione è uno  dei  pochi  strumenti  di  autonomia  impositiva  rimasto  alle amministrazioni comunali ed è stata introdotta con d.lgs. n. 23 del 14 marzo 2011.

In linea di principio detta imposta dovrebbe essere finalizzata ad attività di restauro e manutenzione dei beni culturali siti nel territorio comunale, anche se, su tale “vincolo di destinazione” è recentemente intervenuto il Consiglio di Stato (sez. V), che, con sentenza 23 novembre 2018, n. 6644, affermando il principio per cui l’imposta è dedicata alle municipalità ed è connessa con il settore dei servizi pubblici locali (art. 112 e ss. d.lgs. 267/2000 – Testo Unico degli Enti Locali). L’imposta è dunque finalizzata a “promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali” (art. 112 cit.), non necessariamente in modo perfettamente aderente a finalità turistiche, ma anche più generali, purché locali.

Venendo al caso di cronaca, l’imposta in questione deve essere incassata dal gestore o dal proprietario, per poi essere versata al Comune, in mancanza di che può configurarsi la fattispecie p. e p. dall’art. 314 del codice penale (peculato).

Anche in ipotesi che possono apparire marginali o quantomeno “non professionali” nella gestione dell’immobile a fini turistici, dunque, va pienamente rispettata la normativa in materia di tassa di soggiorno. Il rischio è che si attivino meccanismi derivanti dallo scarso raccordo tra la normativa fiscale (eventualmente penale) e quella dell’affitto a fini turistici.

Estratto debitorio: non è impugnabile

Non è autonomamente impugnabile l’estratto debitorio (più correttamente, l’estratto di ruolo emesso dal concessionario della riscossione), perché esso si limita ad elencare le cartelle esattoriali e le differenti voci di debenza che risultano dovute secondo l’Agenzia delle entrate – Riscossione.

Con la sentenza 7 ottobre 2019, n. 12824/40/2019, la sezione XXXX della Commissione tributaria provinciale di Roma ha affermato il principio della inammissibilità del ricorso che sia sollevato contro l’estratto di ruolo emesso da Agenzia delle Entrare Riscossione. Questo deve ritenersi solo “un mero prospetto informativo”, non impugnabile.

Nondimeno, rimane fermo – per medesima affermazione della CTP – il principio sintetizzato dalla Cassazione in merito alla possibilità di impugnare i provvedimenti tributari dei quali il contribuente sia venuto a conoscenza solo in virtù dell’estratto debitorio (ad es., le cartelle esattoriali o i provvedimenti di fermo non correttamente notificati).

Problemi ancora aperti.

Quello che la CTP non dice, però, è che, pur dando credito alla tesi della non impugnabilità diretta dell’estratto debitorio, questo rimane un “atto” amministrativo.

In quanto “atto” e non “provvedimento” (impositivo), esso deve, dunque, ritenersi non impugnabile in via diretta, ma certamente correggibile.

Rimangono, dunque, aperte tutte le possibili prospettazioni avverso eventuali richieste illegittimamente formulate dall’Agenzia delle Entrate Riscossione, alla quale, prima di proporre il ricorso contro l’estratto “di ruolo”, dovrà essere rivolta una formale istanza di correzione dello stesso, qualora esso contenga richiami a cartelle o altri provvedimenti impositivi non corretti.

Microcartelle e rottamazione: i chiarimenti delle Sezioni Unite

Con sentenza del 7 giugno 2019, n. 15471, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno fornito importanti chiarimenti in merito alla sorte dei processi di impugnazione delle cartelle esattoriali di importo pari o inferiore a 1000,00 euro.

Le così dette “mini-cartelle” sono state fatte oggetto di specifica considerazione dal legislatore, con legge 17 dicembre 2018, n. 136 (di conversione, con modifiche, del DL 23 ottobre 2018, n. 119). Tale normativa ne ha decretato la cancellazione (l’annullamento d’ufficio).

La scelta del legislatore si riflette anche sui giudizi pendenti, perchè lo stralcio del debito opera in modo automatico, “ipso jure”, anche indipendentemente dalla adozione di un eventuale provvedimento di sgravio formale (previsto dall’art. 1 del decreto legge). Tale provvedimento ha, infatti, effetti solo ricognitivi e dichiarativi.

Quel che conta è che lo jus superveniens abbia comunque istituito una causa di cessazione della materia del contendere, automatica ed imprescindibile.

Immobile Abusivo:Le Sezioni Unite sulla sorte del contratto di vendita

Con una recente sentenza le Sezioni Unite della Corte di Cassazione forniscono una soluzione al contrasto esistente in giurisprudenza in merito alla natura della nullità comminata dalle varie normative inerenti alle c.d. dichiarazioni urbanistiche dell’alienante, da inserirsi negli atti tra vivi aventi ad oggetto diritti reali immobiliari, ritenendola una mera nullità testuale che prescinde dalla effettiva conformità o difformità urbanistica dell’immobile negoziato.

In altre parole si discute intorno alla sorte degli atti fra privati che contengono violazioni dei precetti posti dalla normativa urbanistica ossia dell’esatta interpretazione da fornire all’art. 136 DPR 380/2001 (TU sull’edilizia).

Due le scuole di pensiero che si contendevano il campo.

 Una prima teoria detta formale secondo la quale dette norme mirano a reprimere e a scoraggiare gli abusi edilizi e non hanno alcun riguardo allo stato di buona o mala fede dell’acquirente.

La sanzione, da esse prevista, costituisce un’ipotesi di nullità assoluta, come tale suscettibile di esser fatta valere da chiunque vi abbia interesse, rilevabile d’ufficio dal giudice ex art. 1421 c.c., e riconducibile all’ultimo comma dell’art. 1418 c.c., quale ipotesi di nullità formale e non virtuale.

 Le prescritte dichiarazioni costituiscono quindi requisito formale del contratto, sicchè è la loro assenza “che di per sè comporta la nullità dell’atto, a prescindere cioè dalla regolarità dell’immobile che ne costituisce l’oggetto”, in altri termini: “l’irregolarità del bene non rileva di per sè, ma solo in quanto preclude la conferma dell’atto. Simmetricamente, la regolarità del bene sotto il profilo urbanistico non rileva in sè, ma solo in quanto consente la conferma dell’atto”.

Al contrario in presenza delle prescritte dichiarazioni l’atto resterebbe valido anche nel caso di difformità della costruzione rispetto al titolo abilitativo.  

A tale opzione ermeneutica si contrapponeva la cd. Teoria sostanziale secondo la quale il contratto avente ad oggetto un bene irregolare dal punto di vista edilizio è affetto da nullità sostanziale.

Ciò è stato ritenuto, anzitutto, sulla base dello scopo perseguito dalla norma, che è stato individuato in quello di rendere incommerciabili gli immobili non in regola dal punto di vista urbanistico.

Chi aderisce a questa tesi ritiene inoltre irrazionale un sistema che sanzioni con la nullità per motivi meramente formali atti di trasferimento di immobili regolari dal punto di vista urbanistico, o in corso di regolarizzazione, e consenta, invece, il valido trasferimento di immobili non regolari, lasciando alle parti interessate la possibilità di assumere l’iniziativa di risolverli sul piano dell’inadempimento contrattuale, o, addirittura, di eludere consensualmente lo scopo perseguito dal legislatore, stipulando il contratto ed immediatamente dopo concludendo una transazione con la quale il compratore rinunziasse al diritto a far valere l’inadempimento della controparte.

La soluzione adottata dalle Sezioni Unite.

La Corte ritiene incoerente la teoria sostanzialista poiché l’incommerciabilità degli immobili non in regola urbanisticamente non può desumersi dal contesto normativo che si limita a porre un medesimo, specifico, precetto: che nell’atto si dia conto della dichiarazione dell’alienante contenente gli elementi identificativi dei menzionati titoli, mentre la sanzione di nullità e l’impossibilità della stipula sono direttamente connesse all’assenza di siffatta dichiarazione (o allegazione, per le ipotesi di cui all’art. 40). Null’altro.

Ne consegue che la nullità comminata dalle disposizioni in esame non può esser sussunta nell’orbita della nullità c.d. virtuale di cui al comma 1 dell’art. 1418 c.c., che presupporrebbe l’esistenza di una norma imperativa ed il generale divieto di stipulazione di atti aventi ad oggetto immobili abusivi al fine di renderli giuridicamente non utilizzabili, e tale divieto, proprio come registra l’ordinanza di rimessione, non trova riscontro in seno allo jus positum, che, piuttosto, enuncia specifiche ipotesi di nullità (Nullità testuale).

In conclusione il contratto sarà valido, e tanto a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo in esso menzionato, e ciò per la decisiva ragione che tale profilo esula dal perimetro della nullità, in quanto non è previsto dalle disposizioni che la comminano, e tenuto conto del condivisibile principio generale secondo cui le norme che, ponendo limiti all’autonomia privata e divieti alla libera circolazione dei beni, sanciscono la nullità degli atti debbono ritenersi di stretta interpretazione, sicché esse non possono essere applicate, estensivamente o per analogia, ad ipotesi diverse da quelle espressamente previste.

Sharm-el-Sheik (e le mete turistiche pericolose in generale) non possono essere pubblicizzate senza dare una adeguata informazione

Con sentenza 30 aprile 2019, n. 2818, la sezione VI del Consiglio di Stato ha affermato essere legittimo il provvedimento dell’ANTITRUST che ha sanzionato il mancato rimborso integrale del prezzo pagato per viaggi turistici verso l’Egitto annullati per ragioni di sicurezza, la proposta di mete alternative solo con maggiorazione del prezzo, l’omissione di informazioni sulle condizioni sociopolitiche in Egitto nell’ambito della promozione di pacchetti turistici.

All’epoca dei fatti (2013/2014), il Ministero per gli affari Esteri, con i comunicati del 28 febbraio, 28 aprile e 28 maggio 2014, aveva diramato un avviso di pericolosità relativo ai viaggi verso tutta la penisola del Sinai, compresa Sharm el-Sheikh. La società ricorrente, però, era stata segnalata da alcuni turisti all’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato (l’ANTITRUST), perché, pur avendo annullato i viaggi verso l’Egitto, rimborsando l’importo ricevuto, aveva trattenuto una somma di circa 70 euro, giustificata in modo vario, come quota di iscrizione, di gestione, di assicurazione, o simile, ma comunque trattenuta. Inoltre, l’impresa, nel proporre destinazioni alternative a quella cancellata, ha preteso dai clienti i quali avevano scelto una meta più costosa di quella originaria il pagamento della differenza di prezzo. Infine, l’ANTITRUST ha anche rilevato che la pubblicità su internet dei viaggi in questione posta in essere dalla “ Viaggi di Atlantide non dava alcun conto delle condizioni pericolose in cui si trovava l’Egitto.

L’operato dell’ANTITRUST è stato ritenuto corretto dal Consiglio di Stato. In primo luogo, perché la norma dell’art. 42 del Codice del turismo (in base alla quale nei casi di annullamento del pacchetto come quelli per cui è causa la restituzione degli importi deve essere integrale) va considerata come norma inderogabile. Tale inderogabilità, inoltre, ben si concilia con il dettato dell’art. 8 della direttiva 314/90/CE, la quale prevede solo una protezione “minimale”, che gli Stati Membri possono implementare e rafforzare ulteriormente, senza che da ciò derivi alcun contrasto con la normativa comunitaria.

Infine (e soprattutto), anche la carenza sostanziale di informazione in ordine alla pericolosità del viaggio era da ritenersi ampiamente provata e condivisibile. La pubblicazione di un semplice “trafiletto”, contenente notizie non direttamente pertinenti agli avvisi diramati dal Ministero, m facente riferimento ad azioni poste in essere da vari tour operators non è stato ritenuto sufficiente a dimostrare l’intenzione di pubblicizzare in modo chiaro e palese il rischio connesso all’adesione al pacchetto turistico.

Conseguentemente, l’operato della agenzia di viaggi doveva ritenersi contrario a legge, con conseguente reiezione del ricorso in appello (e condanna della ricorrente al pagamento di 12.000,00 euro di spese di lite).

Prostituzione: è illegittima l’ordinanza del sindaco che la vieta sul territorio comunale

Una recente sentenza del TAR ha dichiarato l’illegittimità dell’ordinanza con la quale il sindaco di un Comune laziale aveva vietato l’esercizio del meretricio sul territorio comunale, con espressa comminatoria per la violazione del suddetto divieto della sanzione pecuniaria pari a € 500,00

Tale provvedimento è stato annullato per le seguenti ragioni:

– le condotte vietate e sanzionate venivano descritte nel provvedimento impugnato con un insufficiente grado di determinatezza, come reso evidente dal rilievo riconnesso anche ad “atteggiamenti”, a “modalità comportamentali” ed all’abbigliamento e, dunque, a condotte ed a profili che ineriscono alla sfera delle stesse modalità di espressione della personalità e che possono risultare in concreto non lesive di interessi riconducibili alla sicurezza urbana in quanto non dirette in modo non equivoco all’esercizio dell’attività riguardante le prestazioni sessuali a pagamento;

– a fronte di tale ampia e generica descrizione delle condotte sanzionate l’indiscriminata estensione dei divieti su tutto il territorio comunale non trova supporto nell’accertamento di situazioni specifiche riferibili all’esigenza di tutela della sicurezza urbana, dovendosi evidenziare che l’ordinamento vigente non consente la repressione di per sé dell’esercizio dell’attività riguardante le prestazioni sessuali a pagamento e ciò a prescindere dalla rilevanza che tale attività possa assumere sotto altri profili, autonomamente sanzionabili, per le modalità con cui è svolta o per la concreta lesione di interessi riconducibili alla sicurezza urbana;

– in particolare, la sussistenza di “gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana” è solo formalmente evocata, non essendo sufficienti a sorreggere la determinazione adottata affermazioni di principio in assenza evidenze istruttorie fondate su elementi concreti ed attendibili atti a denotare la sussistenza del presupposto della concreta minaccia agli interessi pubblici tutelati dell’art. 54, commi 4 e 4 bis del TUEL e della eccezionalità e gravità del pericolo;

E’  infine da evidenziare come le ordinanze contingibili e urgenti di competenza del Sindaco quale ufficiale del Governo costituiscono strumenti apprestati dall’ordinamento per fronteggiare situazioni impreviste e di carattere eccezionale, per le quali sia impossibile o inefficace l’impiego dei rimedi ordinari, e si presentano quindi quali mezzi di carattere residuale, espressione di norme di chiusura del sistema, i cui tratti distintivi sono costituiti dall’atipicità, dalla valenza derogatoria rispetto agli strumenti ordinari, dalla particolare qualificazione sia della minaccia sia del pericolo.

Libero Accesso dei Cani alle spiagge

Una recente sentenza dei Giudici amministrativi ha stabilito che deve ritenersi illegittima per eccesso di potere sub specie di difetto di motivazione, nonché della violazione del principio di proporzionalità, l’ordinanza con la quale il dirigente di un Comune ha vietato di condurre e far permanere sulle spiagge qualsiasi tipo d’animale, anche sorvegliato e munito di regolare museruola e guinzaglio, tutti i giorni, per la durata dell’intera stagione balneare.

Va a tal proposito evidenziato che il principio di proporzionalità impone alla pubblica amministrazione di optare, tra più possibili scelte ugualmente idonee al raggiungimento del pubblico interesse, per quella meno gravosa per i destinatari incisi dal provvedimento, onde evitare agli stessi ‘inutili’ sacrifici.

La scelta di vietare l’ingresso agli animali sulle spiagge destinate alla libera balneazione, risulta irragionevole ed illogica, oltre che irrazionale e sproporzionata, anche alla luce delle viste indicazioni regionali che attribuiscono ai comuni il potere di individuare, in sede di predisposizione del PUA, tratti di arenile da destinare all’accoglienza degli animali da compagnia.

In particolare come ha avuto modo di precisare la giurisprudenza in vicende del tutto similari, l’amministrazione avrebbe dovuto valutare la possibilità di perseguire le finalità pubbliche del decoro, dell’igiene e della sicurezza mediante regole alternative al divieto assoluto di frequentazione delle spiagge, ad esempio valutando se limitare l’accesso in determinati orari, o individuare aree adibite anche all’accesso degli animali, con l’individuazione delle aree viceversa interdette al loro accesso .

Alla stregua di tali coordinate ermeneutiche deve quindi ritenersi che il divieto – che non vale in assoluto per i gestori degli stabilimenti balneari a pagamento, che a loro discrezione …abbiano creato delle apposite zone di accesso per gli animali – non sia sufficientemente controbilanciato da tale eventualità, non solo per la circostanza di creare una ingiustificata sperequazione tra cittadini ma anche in quanto affidato, come detto, alla mera facoltà del singolo concessionario.

DAZN: mezzo milione di multa dall’Antitrust

Nel Bollettino settimanale n. 12/2019, l’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato ha adottato un provvedimento sanzionatorio nei confronti di DAZN, per due  distinte  condotte  poste  in  essere  nei confronti dei potenziali nuovi clienti

Il provvedimento da ultimo adottato si inserisce nel più ampio scenario di contestazioni mosse nei confronti degli operatoti televisivi e via web del calcio, già sanzionati per aver posto in essere condotte ritenute contrarie al canone della correttezza commerciale nei confronti dei consumatori.

Con quest’ultima decisione, l’Antitrust ha sanzionato:

–      l’utilizzo nell’attività promozionale dell’offerta relativa alle partite di serie A  e  B  per  la  stagione  2018/19,  uno spot attraverso  cui  è  stata  enfatizzata  la  possibilità  di  fruizione  del  servizio DAZN ovunque i  consumatori  si  trovino,  senza  fare  alcun riferimento  a limitazioni  tecniche tali da renderne difficoltosa o addirittura impedirne la fruizione.

–      La pratica posta in essere da DAZN, che ha adottato,  sul  suo sito,  una  modalità  di  adesione  al  servizio  in  cui  veniva  prospettata  la  fruizione  di  un mese  di  prova  gratuito  e  veniva  fatto  esplicito  riferimento  all’assenza  di  contratto (“Non c’è contratto, potrai disdire ogni mese”). Ed invece la fornitura dei dati richiesti per la creazione di un account ed invece,  in  assenza  di  disdetta,  il decorso del mese in questione avrebbe  implicato  l’addebito automatico dei costi mensili

In corso di istruttoria, DAZN ha riconosciuto che i limiti strutturali della rete a  banda  larga  italiana hanno inciso significativamente sulla operatività di DAZN in Italia. Dunque, la reclame “quando vuoi, dove vuoi” è stata considerata ingannevole dall’Antitrust (e, d’altronde, non è la prima volta che il sistema DAZN “scricchiola”).

L’Autorità garante ha anche riconosciuto esservi stata  una  ulteriore violazione  dell’art.  21  del  Codice  del Consumo, nella parte in cui DAZN ha invitato il consumatore a  registrarsi  per il mese di prova gratuito, senza che  gli  venisse  comunicato  esplicitamente  che  tale azione,  di  fatto,  comportava  la  sottoscrizione dell’abbonamento, con addebiti  mensili dopo il primo  mese.



Interdittiva antimafia e white list: principi operativi

Il diniego di iscrizione nell’elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa (la cd white list) é disciplinato dagli stessi principi che regolano l’interdittiva antimafia, in quanto si tratta di misure volte alla salvaguardia dell’ordine pubblico economico, della libera concorrenza tra le imprese e del buon andamento della Pubblica amministrazione.

La giurisprudenza del Consiglio di Stato ha chiarito che le disposizioni relative all’iscrizione nella cd. white list formano un corpo normativo unico con quelle dettate dal codice antimafia per le relative misure antimafia (comunicazioni ed informazioni), tanto che, come chiarisce l’art. 1, comma 52-bis, della l. n. 190 del 2012, “l’iscrizione nell’elenco di cui al comma 52 tiene luogo della comunicazione e dell’informazione antimafia liberatoria anche ai fini della stipula, approvazione o autorizzazione di contratti o subcontratti relativi ad attività diverse da quelle per la quali essa è stata disposta”; “l’unicità e l’organicità del sistema normativo antimafia vietano all’interprete una lettura atomistica, frammentaria e non coordinata dei due sottosistemi – quello della cd. white list e quello delle comunicazioni antimafia – che, limitandosi ad un criterio formalisticamente letterale e di cd. stretta interpretazione, renda incoerente o addirittura vanifichi il sistema dei controlli antimafia”.

Come di recente ribadito dai Giudici amministrativi, l’informazione antimafia implica una valutazione discrezionale da parte dell’autorità prefettizia in ordine al pericolo di infiltrazione mafiosa, capace di condizionare le scelte e gli indirizzi dell’impresa.

Tale pericolo deve essere valutato secondo un ragionamento induttivo, di tipo probabilistico, che non richiede di attingere un livello di certezza oltre ogni ragionevole dubbio dell’accertamento finalizzato ad affermare la responsabilità penale, e quindi fondato su prove, ma implica una prognosi assistita da un attendibile grado di verosimiglianza, sulla base di indizi gravi, precisi e concordanti, sì da far ritenere “più probabile che non”, appunto, il pericolo di infiltrazione mafiosa.

Ha aggiunto la Giurisprudenza che lo stesso legislatore – art. 84, comma 3, d.lgs. n. 159 del 2011 – ha riconosciuto quale elemento fondante l’informazione antimafia la sussistenza di “eventuali tentativi” di infiltrazione mafiosa “tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle società o imprese interessate”.

Eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa e tendenza di questi ad influenzare la gestione dell’impresa sono nozioni che delineano una fattispecie di pericolo, propria del diritto della prevenzione, finalizzato, appunto, a prevenire un evento che, per la stessa scelta del legislatore, non necessariamente è attuale, o inveratosi, ma anche solo potenziale, purché desumibile da elementi non meramente immaginari o aleatori.

Il pericolo di infiltrazione mafiosa è, dunque, la probabilità che si verifichi l’evento.

L’introduzione delle misure di prevenzione è stata dunque la risposta cardine dell’Ordinamento per attuare un contrasto all’inquinamento dell’economia sana da parte delle imprese che sono strumentalizzate o condizionate dalla criminalità organizzata.

Una risposta forte per salvaguardare i valori fondanti della democrazia.

La sopra richiamata funzione di “frontiera avanzata” dell’informazione antimafia nel continuo confronto tra Stato e anti-Stato impone, a servizio delle Prefetture, un uso di strumenti, accertamenti, collegamenti, risultanze, necessariamente anche atipici come del resto, è la capacità, da parte delle mafie, di perseguire i propri fini. E solo di fronte ad un fatto inesistente od obiettivamente non sintomatico il campo valutativo del potere prefettizio, in questa materia, deve arrestarsi.

In tale direzione la verifica della legittimità dell’informativa deve essere effettuata sulla base di una valutazione unitaria degli elementi e dei fatti che, visti nel loro complesso, possono costituire un’ipotesi ragionevole e probabile di permeabilità della singola impresa ad ingerenze della criminalità organizzata di stampo mafioso sulla base della regola causale del “più probabile che non”, integrata da dati di comune esperienza, evincibili dall’osservazione dei fenomeni sociali (qual è quello mafioso), e che risente della estraneità al sistema delle informazioni antimafia di qualsiasi logica penalistica di certezza probatoria raggiunta al di là del ragionevole dubbio.

Ai fini della sua adozione, da un lato, occorre non già provare l’intervenuta infiltrazione mafiosa, bensì soltanto la sussistenza di elementi sintomatico-presuntivi dai quali – secondo un giudizio prognostico latamente discrezionale – sia deducibile il pericolo di ingerenza da parte della criminalità organizzata; d’altro lato, detti elementi vanno considerati in modo unitario, e non atomistico, cosicché ciascuno di essi acquisti valenza nella sua connessione con gli altri.

Da quanto sopra esposto consegue che anche in relazione al diniego di iscrizione nella white list – iscrizione che presuppone la stessa accertata impermeabilità alla criminalità organizzata – è sufficiente il pericolo di infiltrazione mafiosa fondato su un numero di indizi tale da rendere logicamente attendibile la presunzione dell’esistenza di un condizionamento da parte della criminalità organizzata.