Piano regolatore e tutela del paesaggio

In una recente sentenza il Consglio di Stato è tornato sul delicato problema del rapporto fra rapporto tra vincoli imposti ai sensi della normativa nazionale (nel caso di specie, la l. n. 1089 del 1939) e vincoli urbanistici, ribadendo la possibilità attraverso questi ultimi di rafforzare e coordinare la tutela del territorio attraverso misure di edificabilità del suolo.

 In estrema sintesi i giudici amministrativi hanno confermato il principio correttamente posto a base di pronunce risalenti del Consiglio di Stato secondo cui le modifiche allo strumento urbanistico introdotte d’ufficio dall’Amministrazione regionale, ai fini specifici della tutela del paesaggio e dell’ambiente, non comportano la necessità per il Comune interessato di riavviare il procedimento di approvazione dello strumento, con conseguente ripubblicazione dello stesso, inserendosi tali modifiche – in conformità a quanto stabilito dall’art. 10, comma 2, lett. c), l. n. 1150 del 1942 – nell’ambito di un unico procedimento di formazione progressiva del disegno relativo alla programmazione generale del territorio.

È di tutta evidenza come la conclusione alla quale  si è pervenuti risponde all’evoluzione del concetto di urbanistica verso la più ampia nozione di “governo del territorio” introdotta con la riforma del Titolo V della Costituzione, anche con l’obiettivo di consentire attraverso gli strumenti di pianificazione rimessi alla competenza degli Enti territoriali una sintesi delle tutele attribuite allo Stato e delle esigenze di miglioramento della qualità del territorio.

La funzione di tutela e la funzione di valorizzazione appaiono, infatti, appaiono autonome, ancorché complementari. Il “governo del territorio”, infatti, è nozione più ampia dell’“urbanistica” e risponde anche all’esigenza propulsiva di miglioramento della vivibilità del suolo (si pensi alla tutela dei centri storici e, più settorialmente ma in maniera egualmente incisiva, a tutte le disposizioni di legge speciale che hanno valorizzato il potere di limitare in senso qualitativo gli insediamenti, anche commerciali, per migliorare il “decoro” e la vivibilità delle città).

Trust: cosa è e a cosa serve


Il trust è un istituto giuridico di origine anglosassone che ha come finalità quella di separare dal patrimonio di un soggetto alcuni beni per il perseguimento di specifici interessi a favore di determinati beneficiari o per il raggiungimento di uno scopo determinato.

L’istituto pur non essendo disciplinato in modo specifico da alcuna norma di diritto interno è considerato come “legittimo” in virtù della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985, entrata in vigore il 1 gennaio 1992.

La peculiarità dell’istituto risiede nello sdoppiamento del concetto di proprietà, tipico degli Stati “di common law”: la proprietà legale del trust, attribuita al trustee, ne rende quest’ultimo unico titolare dei relativi diritti, ma nell’interesse dei beneficiari. Il disponente (o settlor) istituisce il trust ed ottiene la separazione dalla parte di patrimonio che conferisce in trust da quella che resta nella sua sfera patrimoniale. Effettivo proprietario dei beni stessi diventa il trustee, che li amministra e ne dispone per tutto il tempo previsto nell’atto istitutivo, secondo le istruzioni ricevute.

Usualmente il trust viene istituito a protezione di patrimoni immobiliari, viene spesso impiegato per separare e proteggere il patrimonio personale da quello aziendale o per tutelare persone potenzialmente compromesse dal compimento di attività di impresa.

I trust, secondo l’interpretazione del Notariato, possono distinguersi in:

1)      trust “protettivi”, che sono istituiti da un imprenditore in bonis per prevenire azioni esecutive da parte di creditori “pericolosi”, mettendo a loro disposizione in trust alcuni beni destinati alla loro soddisfazione. Questi trust hanno funzione pre – liquidatoria e soprattutto lo scopo di rassicurare i creditori beneficiari del trust prospettando un pagamento del debito attraverso la costituzione di una prelazione atipica;

2)      i trust “di salvataggio” che sono istituiti da un imprenditore in stato di crisi reversibile e mirano a scongiurare un’istanza di fallimento o a favorire e supportare soluzioni negoziali della crisi;

3)      i trust “puramente liquidatori”, che realizzano una modalità alternativa alla liquidazione disciplinata dagli art. 2487 ss c.c., consentendo al trustee di eseguire le operazioni di liquidazione e all’impresa liquidata di cancellarsi dal registro;

4)      i trust “falsamente liquidatori” istituiti da imprenditori già decotti che hanno soltanto lo scopo di ostacolare le pretese creditorie e di procrastinare (contando sul decorso del termine annuale previsto dall’art. 10 l.f., decorrente dalla cancellazione dal registro dell’imprese) il fallimento di un’impresa già in stato di conclamata insolvenza Nondimeno, non dovrebbe ritenersi illecita “di per sé stessa” la fattispecie di un imprenditore in stato di crisi che presenta una proposta di concordato preventivo incentrata su un trust con finalità liquidatorie (in base al quale il trustee ha l’incarico di pagare i creditori dopo aver liquidato i beni) ovvero conservative (ai fini del risanamento dell’azienda) ovvero prima conservative e poi liquidatorie.

Istituire un trust è, al contempo, estremamente semplice e terribilmente complicato e richiede “di default” l’intervento di un professionista. In teoria, infatti, serve un qualunque atto scritto che denoti la finalità propria dell’istituto e contenga almeno gli elementi minimi per far sì che il trust “funzioni”. In realtà le cose sono molto più complicate di quanto possa risolvere una ricerca su Google, soprattutto quando oggetto del conferimento sono beni immobili o mobili registrati, nel qual caso è necessaria almeno l’autentica della sottoscrizione da parte del notaio, o quando sono imprese o rami di azienda, nel qual caso, a parte le formalità proprie della cessione, è sovente necessario anche stimare i beni conferiti.

Esclusione dalla gara per omesse dichiarazioni: come evitarla?

Una delle cause di esclusione dalle gare pubbliche che viene utilizzata più spesso dalle stazioni appaltanti è senz’altro quella prevista dall’art. 80 comma 5 lett. f bis) che prevede tale sanzione sia predisposta nei confronti dell’oeratore economico che :”che presenti nella procedura di gara in corso e negli affidamenti di subappalti documentazione o dichiarazioni non veritiere”.

La disposizione, come noto, pur individuando una serie di ipotesi esemplificative in cui il comportamento dell’operatore economico è ritenuto già in astratto tale da porre in dubbio la sua integrità o affidabilità, rimette alla stazione appaltante un potere di apprezzamento discrezionale in ordine alla sussistenza dei requisiti di “integrità o affidabilità” dei concorrenti.

Al fine di consentire il corretto esercizio di tale potere di valutazione è previsto, in capo ai partecipanti alla procedura, un onere dichiarativo avente ad oggetto qualunque circostanza che possa ragionevolmente avere influenza sul processo valutativo demandato all’Amministrazione .

La sanzione espulsiva, in tali casi, si riconnette non già all’illecito professionale in quanto tale, ma all’avere l’operatore taciuto una circostanza astrattamente idonea ad integrare la causa di esclusione di cui all’art. 80 co. 5, lett. c), del d.lgs. n. 50/2016, la cui valutazione in termini di gravità è sottratta all’operatore economico e rimessa alla discrezionalità della stazione appaltante.

Come deve procedere quindi l’operatore economico per evitare l’irrogazione della sanzione de qua?

La risposta questa volta appare semplice: deve dichiarare!

Egli deve dichiarare nel DGUE ( Documento di Gara Unico Europeo) tutte le circostanze idonee ad essere valutate dalla stazione appaltante nel giudizio di affidabilità che la legge demanda a quest’ultima.

L’errore più grave che un operatore può commettere in questa fase è quindi senz’altro quello di sostituirsi all’amministrazione in questo giudizio non dichiarando, ad esempio una sanzione subita perchè risalente nel tempo o perchè ritenuta non ricollegabile alla materia oggetto della gara.

Così facendo l’operatore si sostituirebbe alla SA nel giudizio discrezionale di valutazione della sua affidabilità giustificando per ciò solo l’esclusione dalla procedura di gare.

Il consiglio è quindi quello di dichiarare tutto quello che può essere collegato alla gara cui si partecipa: in fin dei conti se tali dichiarazioni verranno mal giudicata dalle SA si potrà sempre sperare in una pronuncia positiva dei giudici amministrativi, cosa che , allo stata dei fatti è decisamente preclusa in caso di omessa dichiarazione.

La tassa di soggiorno e la regolamentazione di Roma Capitale

La tassa di soggiorno è stata introdotta con d.lgs. n. 23 del 14 marzo 2011, in virtù del quale è stato stabilito che i Comuni possono decidere di applicare l’imposta ai turisti che pernottano nel territorio cittadino, per ogni notte che soggiorna nella città, allo scopo di finanziare attività di restauro e manutenzione i beni culturali siti nel territorio comunale.

La tassa, che ha dei costi variabili, sia in base alla regolamentazione comunale, sia in base alla tipologia di alloggio turistico (hotel, B&B, ostelli, ecc.), viene aggiunta al costo della camera e non può scorporata. Deve essere incassata dal gestore o dal proprietario (quando si prende in affitto la stanza o l’appartamento), per poi essere versata al Comune.

In generale, l’importo della tassa sul turismo va da 1 a 5 € al giorno per persona. Ogni Comune può decidere autonomamente la tariffa giornaliera e la durata del soggiorno in relazione al quale è applicata la tassa. Sono esenti alcune categorie di soggetti (i residenti, i bambini fino ai 10 o ai 14 anni, i disabili e loro accompagnatori, malati e loro assistenti se ricoverati presso strutture sanitarie, gli ospiti di ostelli della gioventù, il personale delle Forze Armate, gli autisti di pullman e gli accompagnatori turistici), previa presentazione delle certificazioni eventualmente richieste.

Nel 2018 saranno 840 i Comuni che applicheranno quest’imposta, per un gettito pari a circa 460 milioni. Roma è la città più “esosa”, seguita da Venezia, Firenze e Milano.

Per quanto riguarda Roma Capitale, va osservato che l’Assemblea  Capitolina  con  la  deliberazione n. 38 del 22/23 dicembre 2010 aveva approvato il Regolamento sul contributo di  soggiorno,  regolamento poi modificato con  deliberazione n. 44 del 24 luglio 2014. Successivamente, la Giunta Regionale Lazio, con il Regolamento 7 agosto 2015, n. 8, ha  approvato  la  “Nuova  disciplina  delle  strutture  ricettive  extralberghiere”,  stabilendo  l’abrogazione dei precedenti Regolamenti Regionali nn. 16 del 2008, 4 del 2009 e 18 del 2009. Il nuovo Regolamento, entrato in vigore l’11 settembre 2015, ha introdotto nuove tipologie di ricettività ed ha apportato sostanziali cambiamenti nei parametri di classificazione delle strutture extralberghiere.

In considerazione di ciò, Roma ha adottato una modifica al regolamento sulla tassa di soggiorno comunale, prevedendo che anche i B&B siano assoggettati a tale prelievo.

Come si legge nella delibera n. 14 del 18 marzo 2016, di approvazione di tali modifiche, “la  nuova  tipologia  denominata  “Hostel  o  Ostelli”  e  i  “Bed  &  Breakfast”  a  gestione  imprenditoriale  presenta  una  qualità  di  servizi  e  di  prestazioni  che  possono   essere ricondotte a quelle delle altre strutture extra alberghiere cui corrisponde una misura  del contributo di soggiorno pari a Euro 3,50”.

Di conseguenza, quanto a Roma, il presupposto  di applicazione del  contributo  è  il  pernottamento  in  diverse e variegate strutture  ricettive , incluse quelle all’aria  aperta (campeggi, agriturismi, aree attrezzate per la sosta temporanea), i bed and breakfast,  le case  e  gli appartamenti  per  vacanze,  le guest  houses  e  gli affittacamere,  le case  per  ferie,  gli “hostel” o  ostelli,  le residenze  turistiche  alberghiere  e  gli alberghi, tutte situate nel  territorio di Roma Capitale.